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"L'architettura del setting"

DR. ALFREDO RAPAGGI

1 DICEMBRE 2007, BOLOGNA

 

Si dice "l'abito non fa il monaco".

Quando però entriamo in casa di una persona abbiamo la sensazione di conoscerla meglio, guardando il suo ambiente, i suoi arredi, le sue luci.

Anche se entriamo nello studio di un collega capiamo qualcosa del suo carattere.

E della sua scelta professionale? C'è un nesso tra l'ambiente, il carattere e la scelta del tipo di psicoterapia che si decide di adottare?

A dire il vero, per fare una scelta è necessario venire a conoscenza delle varie possibilità a disposizione e in questo senso non si può dire che gli psicologi siano così liberi di scegliere, viste le informazioni che ricevono in università. Ma poiché essere ottimisti mette di buon umore, immaginiamo un futuro migliore, in cui i docenti siano a loro volta disponibili a conoscere cosa c'è fuori dal loro orticello, e altrettanto disponibili ad informarne i loro allievi.

In una disputa un po' narcisistica tra Moreno e Freud, l'ideatore dello psicodramma approfitta di un' ammissione sincera del maestro della psicoanalisi, per attaccarlo. Freud aveva detto: "Devo dichiarare che questa tecnica (la psicoanalisi, appunto, ndr) è risultata essere l'unico modo adatto alla mia individualità. Non oso negare che un terapeuta con caratteristiche diverse possa sentirsi spinto ad adottare un atteggiamento diverso nei confronti dei suoi pazienti e del compito che si propone".

Moreno, vari anni più tardi, sferra il suo attacco con queste parole "il problema resta quello di stabilire se fosse il miglior metodo per i suoi pazienti"

E tocca così un punto dolente: chi si appresta a diventare psicoterapeuta si chiede se il metodo che sta per scegliere riuscirà a soddisfare, oltre a se stesso, anche i suoi pazienti?

 

Purtroppo Moreno ha rivolto la polemica verso Freud e ha perso l'occasione per fare qualche utile riflessione anche su se stesso e sul suo metodo. Se l'avesse fatta, forse ci avrebbe preceduto.

Ma eravamo ancora agli inizi, tutto sommato, e ci può stare che ognuno s'impegnasse a far prevalere il proprio verbo, senza potersi occupare delle conquiste altrui.


Poiché però Mosaico Psicologie è nato una trentina d'anni dopo, noi abbiamo avuto il tempo di raccogliere i frutti di chi ci aveva preceduto e ci siamo posti quell'interrogativo. Il nome dice che non ci siamo chiusi, ma che anzi abbiamo fatto la scelta di utilizzare tutte le tecniche possibili per rendere più completo ed efficace l'intervento a favore dei nostri pazienti.

E pazienza se il Mur non ha compreso le nostre intenzioni e, all'epoca della prima proposta, ha rifiutato l'idea di una scuola "pluriteorica" (passatemi il termine). Pazienza, anzi grazie. Si, perché quel rifiuto ci ha stimolati a trasformare un metodo (lo psicodramma) in un contenitore, che si è rivelato fantastico proprio in questa funzione. Questa è una dimostrazione del fatto che la creatività si diverte a superare gli ostacoli.

 

Ovvio che speriamo di essere solo all'inizio:

di essere al titolo di un opera che ognuno di noi è impegnato a portare avanti per tutta la sua vita professionale, cercando il traguardo massimo raggiungibile, fino ad un 'ipotetica perfezione (bacchetta magica esclusa).

Ma che cosa intendiamo per riunione di tutte le tecniche possibili?

Pensiamo a quelle teorie, e a quelle tecniche, che possono davvero, ripeto, davvero , essere utilizzate in modo armonico tra loro; a quelle che possono realmente integrarsi all'interno di una strategia psicoanalitica, la quale infine possa presentarsi come un insieme logico e compatto.


Difficile come tentativo, perché il bisogno d'integrare porta a cercare elementi diversi tra loro, ognuno dei quali fornisca all'insieme la parte mancante. Risultato: non è affatto detto che l'incontro tra diversi sia armonico.

Serve una conoscenza ampia e una scelta attenta.

Con questi due presupposti possiamo trovare gli elementi che fungano da catalizzatori nell'incontro di teorie psicologiche diverse, così da poter costruire il setting più adatto ad una certa situazione personale.

E quando dico personale, intendo tanto del paziente quanto dello psicoanalista.

Prima però prendiamo un esempio di tentativo d'integrazione tra teorie NON armoniche tra loro, cioè il classico duo: comportamentismo-psicoanalisi.

Lo porto solo come esempio non avendo alcuna intenzione di perderci troppo tempo.

Partiamo da Skinner e dalla sua filosofia, tanto scarna quanto decisa. Sentite questa chicca: "Il pensiero dell'uomo è il comportamento dell'uomo".

Chiaro?

Dall'altra parte c'è Freud, altrettanto deciso, che dice: "la realtà psichica è una particolare forma di esistenza che non deve essere confusa con la realtà materiale".

Vedete che c'è un abisso tra queste due concezioni: l'uno crede solo a ciò che si manifesta direttamente, cioè al comportamento; l'altro vede due mondi paralleli e dà più importanza al mondo dei fantasmi e della psiche, piuttosto che alla realtà che chiama materiale.

Nel primo caso è vero solo ciò che passa attraverso un corpo che agisce; nel secondo caso è importante, anzi più importante, il mondo dei fantasmi psichici, il quale incide sull'umore e sull'equilibrio senza essere visibile in modo diretto.

Come si traduce questo abisso nella pratica professionale?

Forse possiamo abbreviare affermando, attenzione, che il paziente ipotetico di Skinner fa una domanda e riceve una risposta,

mentre il paziente di Freud cerca una risposta e riceve una domanda.

In che senso?

Nel senso che il comportamentista mette sotto i riflettori il sintomo, cioè il comportamento visibilmente invalidante, e riterrebbe esaurito il suo compito quando ne ottenesse la remissione.

In altre parole, ogni sintomo riceve una sua risposta, tanti sono i sintomi, tante devono essere le risposte.

 

Tanto per rilassarci un po' vediamo ora questo filmato che, pur riferendosi ad un'epoca in cui psicologia e psicoanalisi non erano ancora conosciute, rende bene una certa idea, ovviamente radicalizzandola come fa un vero artista...

 

Come dicevo si è trattato di un esempio, che ha portato all'eccesso un tema. Da questo esempio ognuno di noi avrà tratto le sue riflessioni, che spero siano state numerose.

Per tornare al nostro ragionamento vorrei sottolineare che lo psicoanalista insegue le cause e quasi quasi non si accorge dei sintomi che vengono via via generati. Cerca di scoprire le cause, come un archeologo che va alla ricerca dei cimeli che raccontano la storia di una civiltà e ne spiegano l'evoluzione o l'involuzione.

 

E' davvero molto difficile partire da queste due posizioni e pensare d'integrarle in una psicoterapia che abbia un obiettivo chiaro e raggiungibile. Perciò ho utilizzato questo esempio.


Ma potrei anche parlarvi delle difficoltà di amalgamare la pratica psicoanalitica con le tecniche bioenergetiche e psicocorporee, perché il modo di agire del professionista è opposto in un caso rispetto all' altro.

 

Nel setting psicoanalitico occorre facilitare l'esposizione più spontanea possibile, pescando dall'inconscio il materiale latente, ignorando la corporeità e il conseguente possibile contatto materiale, ed evitando atteggiamenti direttivi.

Viceversa la conduzione in bioenergetica ha bisogno della conoscenza e della confidenza coi corpi, oltre che di una marcata capacità di dirigere, anche forzando le resistenze psicofisiche.

Dunque?

Quali sono le tecniche che possono stare insieme per formare quell'omogeneità di cui stiamo parlando?

Questa domanda, pur molto importante, da sola non conduce ancora ad una risposta soddisfacente. Possiamo trovare diversi elementi in comune tra varie tecniche, ma non saremmo ancora al nostro obiettivo.

 

Per esempio un trait d'union tra la psicoanalisi e le psicoterapie corporee possono essere le sensazioni: il sentire gioia, tristezza, rabbia, pietà, dolore e piacere, tutto questo appartiene allo psichico. A quel mondo dove la vita non sottostà al controllo mentale, non incontra necessariamente il corpo materiale, non lo considera importante. Per questo mondo, il corpo materiale può avere qualunque forma, o pregio o difetto, e poco importa. Piange chi è bello, esattamente come chi è brutto; ride chi è mora o rossa, esattamente come chi è bionda; soffre chi è un genio, tanto quanto chi è normale. Anche se il mezzo per raggiungere l'emozione è differente, tuttavia questo elemento è importante per entrambe le scuole di pensiero.

 

Un altro trait d'union può esserci tra un derivato del comportamentismo-cognitivismo e lo psicodramma.

Si tratta della teoria anti intellettualistica di H. Bergson, di cui Moreno avrebbe subìto l'influenza.

Secondo questa teoria (cito Carotenuto): "se l'intelletto ha una funzione solidificatrice della realtà esperita, allora è all'intuizione che deve essere affidata l'autentica comprensione di essa. La spontaneità deve essere liberata: ecco la necessità del ricorso ad una regia psicoterapeutica basata sul fare oltre che sul dire". Fine della citazione. Faccio notare come in questo elogio della spontaneità compaia per ben due volte il verbo "dovere". Evviva le contraddizioni!

 

Ma, riprendendo il filo del discorso, queste congiunzioni tra una metodologia e l'altra non sono sufficienti, prese così a due a due, o in altre combinazioni possibili, per

fare un mosaico efficace. Il mosaico è fatto di tessere che s'incastrano per formare una figura completa, finita. Ci vuole il disegno di riferimento, quello che guida la ricerca e muove la mano sul pezzo giusto.

Ci vuole il contenitore che accolga le tecniche utili ad un certo lavoro e permetta di combinarle con ordine e logica.

 

La nostra scelta è caduta sullo psicodramma analitico, che abbiamo ulteriormente arricchito di ciò che pensavamo gli mancasse.

Abbiamo dunque studiato l'architettura del setting, perché potesse contenere le esigenze del paziente; siamo partiti dal rispetto della sua tendenza naturale, che verifichiamo già nella diagnosi, e abbiamo finora realizzato questo nostro progetto in due modi.

Il primo segue le indicazioni tipiche della seduta psicoanalitica individuale, contaminata, per usare un termine musicale, dalle possibilità psicodrammatiche di vivere ruoli diversi, pur lasciando fuori gioco il corpo materiale.

Nel secondo modo abbiamo assunto come base il contenitore psicodramma con il suo obiettivo di liberare la spontaneità;

vi abbiamo posto in primo piano la teoria psicoanalitica nei suoi elementi principali:

  • la centralità dell'inconscio nella formazione della personalità;

  • la conoscenza dei meccanismi di difesa e delle loro deviazioni nelle nevrosi;

  • l'analisi del transfert, anche se distribuito e manifestato in modo diverso, come veicolo essenziale di comprensione di processi latenti;

  • l'uso delle catene associative;

  • la grande attenzione al concetto di sessualità.

Abbiamo poi accettato il corpo nelle sue funzioni di:

  • veicolo essenziale di conoscenza e realizzazione delle fantasie;

  • contenitore e custode delle censure;

  • artefice guidato della remissione di blocchi ad esse collegati.

Quindi abbiamo introdotto quelle componenti delle psicoterapie corporee, della bioenergetica in particolare, che si sono rivelate utili a facilitare lo sblocco di resistenze con sede fisica.

 

Naturalmente non dimentichiamo che in alcuni momenti sono utili conoscenze relazionali sviluppatesi anche dopo la sociometria di Moreno, e tecniche cognitive che permettono di esaminare più facilmente la realtà.

Tutto questo sta perfettamente nel contenitore "psicodramma".

Il suo nome sarebbe molto complesso se dovesse essere un riassunto delle nostre ricerche, perciò per ora continuiamo a chiamarlo "psicodramma analitico" tanto per designare le due prime componenti.

Domani chissà, ma tanto la cosa più importante è come lo facciamo, con che preparazione, con quale equilibrio e con quanta passione.