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"Struttura, confini e patologie del Corpo Psichico "

DR. ALFREDO RAPAGGI

23 MAGGIO 2008, VERONA

Ci sono argomenti che hanno la caratteristica di essere conosciuti e contemporaneamente ignorati, come fossero la sabbia nel punto centrale della clessidra, un punto d'incontro tra l'ammissione cosciente di una certa situazione e l'insorgere della resistenza che ne impedisce il passaggio all'azione.

Per esempio, è impossibile non sapere che la terra sta soffrendo per l'inquinamento che procura un modo squilibrato di consumare le risorse, eppure pochi di noi si ricordano di non comprare i cibi con confezioni inutili, di non usare l'auto per attraversare la strada, di spegnere le luci quando si esce da una stanza, di scegliere in prevalenza ciò che veramente serve, di fare raccolta differenziata eccetera.

Il punto è che rispetto all'azione corretta prevalgono tre tendenze:

  • la tendenza biologica a raggiungere l'obiettivo più vicino, con la minor fatica possibile;

  • quella egocentrica di pensare alle proprie necessità, prima che a quelle sociali;

  • infine l'evitamento difensivo di argomenti che procurano ansia, perché sono troppo lontani dalla possibilità di essere realizzati.

Anche noi, intesi come categoria, siamo influenzati da queste tendenze e ubbidiamo alla statistica che ci vuole, salvo le dovute eccezioni, poco attenti a sottolineare alcuni argomenti, e cercare di risolvere certi problemi, che pure ci stanno davanti agli occhi.

Prendiamo per esempio il tema dell' efficacia della psicoanalisi, o della psicoterapia in senso lato.

Lo incontriamo ogni giorno, è lì con noi che aspetta di essere affrontato ad ogni inizio e ad ogni fine seduta, che fa capolino tra le righe dei nostri appunti, tra le parole delle nostre lezioni e negli sguardi dei nostri pazienti. Dovrebbe essere il tema più presente, quello a cui dedicare il tempo principale delle nostre ricerche, quello infine che dovrebbe procurare i dubbi maggiori, eppure, o forse proprio per questo, è spesso rimosso, negato. Lo si ignora, preferendo tuffarsi nel proprio personale vangelo, nel proprio budda, nel mito ideologico e scientifico che garantisca la desiderata sicurezza.

Assumono dunque maggiore importanza i segnali di apertura visti negli ultimi tempi. Segnali molto chiari che vedono avvicinarsi il mondo delle neuroscienze a quello della psicoanalisi, e questa alle terapie corporee e figurative. Adesso diventa più proficuo ricordare il lavoro che abbiamo fatto in trent'anni di studio, quando ci sentivamo isolati e pensavamo ingiustamente d'essere troppo vecchi, anziché troppo giovani.

Alla nostra associazione avevamo dato il nome di “Mosaico Psicologie” per indicare il nostro programma. Il nome è composto di due parole.

  • Con la prima abbiamo voluto descrivere l'essere umano nella sua complessità e insieme nella sua unità: il mosaico è un disegno omogeneo, ma non nasconde d'essere formato da tante tessere diverse, ognuna delle quali occupa un posto preciso, e svolge una precisa funzione. L'essere umano non è solo sentimenti, né solo fantasie o desideri; non è solo un corpo, né tantomeno una sola parte di esso; non è solo pensiero, né solo relazione: è un mosaico, complesso, imperfetto ma unito.

  • L'unione della prima con la seconda parola ci è servita per indicare la strada che avrebbe dovuto percorrere la psicoterapia per progredire e per essere sempre più efficace. L'idea di un singolo acquista maggior valore se accostabile ad altre idee. Il plurale “psicologie” indica le divisioni ancora esistenti, mentre il nome “mosaico” indica l'obiettivo di collaborazione, che finalmente è riconosciuta necessaria e attuabile.


Da notare che nessun mosaico può dirsi veramente finito; esistono in teoria possibilità illimitate di modificarlo e di arricchirlo, così come succede per la ricerca.

E anche questa è una considerazione che ci dà coraggio, perché, a ben guardare, la psicoanalisi manca ancora di parti molto importanti: se fosse una costruzione potremmo dire, passatemi la metafora, che ha ancora oggi fondamenta incomplete e scarsissimi portoni esterni,

A vederla, si tratta di una costruzione ricchissima, estremamente importante, piena di dettagli, tanto che nessuno può dire, credo, di sapere tutto ciò che gli psicoanalisti hanno osservato, detto e scritto in tutto il mondo. Ma proprio per questo le sue mancanze non passano inosservate, anzi, vengono ingigantite; in particolare mi pare lo siano la sua incompletezza e la sua chiusura.

Nel disegno simbolico della costruzione psicoanalitica, le fondamenta possono corrispondere alla personalità di base, o tendenza relazionale naturale, che la psicoanalisi continua ad ignorare, e i portoni esterni all'insieme delle tecniche che potrebbero aprirla ad altre persone, ad altre teorie e a modalità differenti.

La tendenza relazionale naturale è evidente, e descritta da secoli e ripresa anche da Jung e altri, ma è difficile affermarla per vari motivi:

  1. la sua esistenza è indiscutibile se la si misura nel corso delle sedute e in rapporto alla diagnosi, ma non è ancora diffusa la pratica della diagnosi iniziale che includa questa ipotesi, quindi mancano i contributi che potrebbero formare la casistica necessaria ad un confronto allargato;

  2. non è semplice trovare lo strumento che ne dimostri la misurabilità scientifica, e noi ne abbiamo sperimentati diversi;
  3. la pratica clinica tende ad interessarsi della remissione dei sintomi, oppure della ricostruzione della personalità attraverso l'analisi delle cause riferite alle fasi della sua formazione, quindi di ciò che presumibilmente può essere cambiato;
  4. infine, dando per certo che ogni elemento naturale non può e non deve subire cambiamenti, non sorge nemmeno il dubbio che questo dato possa servire.


E invece, secondo noi, la tendenza naturale ha un senso.

  • Ce l'ha, se c'informa che tutto l'universo, compreso il regno animale , funziona per espansione e contrazione;

  • ce l'ha, se ci ricorda che l'espansione e la contrazione che muovono l'universo, segnano anche il carattere dell'uomo in modo estroverso o introverso;

  • e che il modo diverso di relazionarsi all'ambiente, cioè il modo estroverso o introverso, è determinante per l'equilibrio della persona;

  • ce l'ha perché serve per misurare il gap tra la tendenza naturale e la personalità formata;

  • di conseguenza, per dirci quanto c'è di ri-modificabile in una persona;

  • ce l'ha nella scelta del setting, se partiamo dal presupposto di poter usare quello individuale o quello di gruppo, in rapporto anche alla distorsione relazionale,

  • infine, ha un senso se ci poniamo come obiettivo quello di restituire alla persona il suo equilibrio naturale.

Tralasciamo qua la descrizione particolareggiata della nostra ricerca, e dei suoi risultati ad oggi, perché richiederebbe uno spazio troppo ampio. Teniamo invece valida l'ipotesi che le variabili relazionali naturali abbiano effettivamente l'importanza ipotizzata sopra e disegniamo l'essere umano partendo da questa base.


Una persona, dunque, è un mosaico complesso, dove:

  • il corpo reale è la parte che ci permette di ricevere e di dare i messaggi direttamente,

  • mentre la mente e la psiche ricevono, vivono, elaborano e si manifestano in modo indiretto, cioè utilizzando il corpo come veicolo.

Per far funzionare meglio questa rappresentazione, utile all'efficacia della psicoterapia, dobbiamo fare un'ulteriore precisazione sui termini italiani psiche e mente. La specifica è d'obbligo perché, come vedremo più avanti, in altre lingue ci sono significati diversi.

  • Nella nostra lingua s'intende per psiche l'attività emotiva, conscia ma soprattutto inconscia, prodotta da quella parte basilare del corpo che è il cervello.

  • La mente invece è sede delle attività intellettive, cioè riceve le emozioni e le traduce in pensieri, che le coprono, o le trasformano, oppure le rendono esplicite a seconda delle necessità, e a volte, ma solo a volte, la mente utilizza la funzione corporea della parola per esprimerli.

In questo senso la mente, pur svolgendo funzioni successive, può essere compresa nella psiche, ed è questa la condensazione che usiamo noi.


Il corpo psichico.

Questa decisione ci permette di definire l'essere umano come un “corpo psichico”, immerso nell'universo e inserito nell'ambiente determinante dei suoi simili.

L'espressione “corpo psichico” sottolinea due caratteristiche e una conseguenza:

  1. La prima caratteristica è l'estensione che ha la psiche in ogni parte del corpo reale e il messaggio di ritorno del corpo alla psiche;

  2. La seconda è la capacità del corpo di mettersi in relazione, in quanto veicolo della psiche, con altri corpi, e tramite questi con un'infinita gamma di sensibilità psichiche diverse;
  3. La conseguenza è sul piano clinico, ed è la necessità d'intervenire, nel modo più opportuno, su ognuna delle componenti che formano il corpo psichico, anche quando il cedimento riguarda una sola parte.


Qualcuno potrà obiettare che nell'espressione corpo-psichico sembra mancare la funzione relazionale, alla cui genesi abbiamo detto di tenere moltissimo, ma nelle nostre intenzioni è compresa.

Infatti la psiche, nella descrizione appena fatta, rappresenta la sensibilità e la capacità conseguente di ricevere ed esprimere i sentimenti, di manifestarli nella relazione con gli altri, sia in forma istintuale, sia in forma mascherata, deviata, o elaborata.

Nella cultura orientale, o almeno in quanto di questa è giunto e diffuso presso di noi, l'espressione che indica l'olismo umano è “mente-corpo”, poiché si ritiene che l'individuo possa dominare consapevolmente, o attraverso pratiche guidate, come la meditazione, tutte le manifestazioni non propriamente corporee. Questo principio è stato utile per superare le difficoltà vitali proprie delle zone in cui si è diffuso: per controllare la fame e la fatica, per sopportare le migrazioni e le guerre.

La mente in questo senso è il prodotto non visibile del cervello; il termine quindi, potrebbe essere paragonato al nostro “psiche”, se non fosse per una differenza importante.

La differenza sta nel fatto che si tratta di un prodotto sempre e comunque controllabile dalla persona, cioè un prodotto del conscio.

Non è prevista l'azione dell'inconscio, primo perché ciò che non si conosce spaventa, quindi rende difficile quel controllo che abbiamo visto essere essenziale per quella cultura, secondo, perché Freud è nato migliaia di anni dopo, e solo da un secolo ha instillato il dubbio che le zone d'ombra della psiche siano più potenti, molto più potenti, di quelle conosciute.

Ma per noi, casuali post freudiani, è necessario mettere l'accento sulla forza e l'importanza determinante dei conflitti relazionali e affettivi che si svolgono nella psiche, anche e soprattutto fuori dal controllo dell'Io.

In linea teorica non ci sono confini alle possibilità della psiche, alla sua capacità di dilatarsi, di comprimersi, di debordare, di distruggersi, o di ricostruirsi, ma nella pratica esiste il corpo.

Quello fantasmatico, ma anche quello reale.

Il corpo reale di ogni individuo, insieme a quello sociale, rappresentano il suo confine, un confine che assicura normalmente un buon equilibrio, ma che può anche trasformarsi in una fredda e stretta prigione, oppure in uno spazio paurosamente incontinente.

Di questo la psicoanalisi, intesa come gli psicoanalisti nel loro complesso, s'è un po' troppo dimenticata.

Eppure anche la fantasia è vissuta tramite il corpo, anche il pensiero è del corpo, nulla che di noi conosciamo è estraneo al nostro corpo, ed è il corpo che ci permette d'incontrare altre menti, altre fantasie, altre emozioni, altri corpi.

E' il corpo che ci segnala l'inizio e la fine della vita, che riceve messaggi d'amore o di rancore e li trasmette alla psiche, che cresce armonioso, o si deforma e si ammala, che risponde, piange, ride, urla, evita, attrae, sposta l'attenzione, nega o seduce.

Comandato dalla psiche, si, ma la psiche stessa è il prodotto di una parte del corpo.

Non è possibile, allora, pensare che si possa fare una psicoterapia valida, agendo prevalentemente su una sola parte di questo complesso sistema.

Per questo motivo non siamo d'accordo con chi, per esempio, ma è solo un esempio che ne rappresenta diversi, pur ammettendo la connessione “corpo mente”, finisce per proporre una psicoterapia centrata sull'energia del corpo e sulla sua capacità di riprendere la vibrazione vitale, minimizzando, o addirittura tacendo, la forza e l'importanza dei processi inconsci, e la conseguente possibilità d'intervenire su blocchi energetici anche attraverso la liberazione di materiale psichico latente.

In questo tipo d'impostazione si nota bene la scarsa importanza che viene data all'inconscio, anche quando viene nominato e sembrerebbe avere una sua dignità.

Cito per esempio Lowen, il padre della bioenergetica:

<Come noi tutti sappiamo, la mente e il corpo si possono influenzare reciprocamente. Ciò che si pensa può influenzare il modo in cui si sente, e il contrario è ugualmente vero. Questa interazione tuttavia, è limitata agli aspetti consci o superficiali della personalità. A un livello più profondo, cioè al livello dell'inconscio, sia pensare che sentire sono condizionati da fattori energetici. Per esempio, è quasi impossibile a una persona depressa emergere dalla sua depressione con l'ausilio di pensieri ottimisti. Questo perché il suo livello di energia è depresso. Quando il livello energetico aumenta tramite la respirazione profonda (omissis), allora la persona esce dal suo stato depressivo> ( A. e L. Lowen, Espansione e integrazione in Bioenergetica, Astrolabio Ubaldini editori, Roma.)

Pur avendo spesso sperimentato io stesso, sia da paziente che da psicoterapeuta, l'effetto molto benefico della respirazione, e di tutti gli altri esercizi di bioenergetica, devo comunque mettere in evidenza due dettagli del pensiero di Lowen.

Il primo è che non è chiaro il compito della mente, dal momento che viene attribuita all'inconscio la funzione del pensare, una funzione che richiede la capacità logica e consequenziale tipica di un atto cosciente: direi che la sua definizione sembra più vicina all'idea orientale di mente, di cui parlavo più sopra, piuttosto che alla psiche contenente l'inconscio descritto da Freud.

Il secondo, e più importante dettaglio, è che l'esempio si basa sulla differenza tra il solo pensare e l'azione sul corpo: l'inconscio, questo grande bacino di emozioni latenti, sembra essersi volatizzato nel corso della frase, tra le parole energia, respirazione e vitalità.

Questa è la carenza di cui parlavo: un elemento è accettato in teoria ma poi viene messo da parte.

Allo stesso modo non possiamo essere d'accordo con chi guarda al corpo come a un fantasma, al prodotto ingombrante del mondo fantasmatico, a qualcosa d'intoccabile nella pratica clinica, quasi come se fosse estraneo al setting, alla persona dell'analista e a quella del paziente.

Quasi come se transfert e controtransfert ne fossero esclusi e non fortemente influenzati.

E qui si potrebbe aprire un capitolo molto più vasto sugli imbarazzi della psicoanalisi rispetto al corpo reale, ai giudizi dati sin dall'inizio a chi, come Groddeck per esempio, ha provato a trattare i pazienti anche attraverso il corpo reale.

Ma giusto per restare sul breve, prendo come esempio l'Enciclopedia della Psicoanalisi di Laplanche e Pontalis, dove la parola “corpo” non è neanche in elenco. (Laplanche e Pontalis “Enciclopedia della Psicoanalisi” ed Laterza, Bari, 1989)

Noi sappiamo bene che il corpo per Freud esiste, ed è molto importante, è la sede della libido, è la fonte della seduzione, è il messaggero dei sentimenti che provocano i conflitti nevrotici, ma nella sua psicoanalisi il corpo reale cede il posto a quello fantasmatico, svanisce, in qualche modo, come l'inconscio svanisce per Lowen.

Sono solo due esempi, presi per rendere l'idea di ciò che può essere migliorato.


Noi diciamo che è necessario arrivare ad una visione completa dell'essere umano, una vera integrazione, sia teorica che pratica.

Per questo siamo ricorsi al disegno del “corpo psichico”, perché risponde a questa esigenza.


Da una simile impostazione derivano due decisioni psicoterapeutiche:

  • la scelta del setting e del metodo, basata sulla psicodiagnosi;

  • la scelta di un “contenitore” capace di facilitare l'amalgama tra le teorie e le tecniche più efficaci.

Che cosa significa?

Che impostata in questo modo, sul disegno del corpo psichico, la psicoanalisi deve realizzare cinque obiettivi base:

  1. restituire al paziente la sua unità psico-fisica;

  2. permettere al materiale psichico latente di emergere alla coscienza;
  3. realizzare la distinzione tra i prodotti della fantasia e della simbolizzazione, e quelli della realtà;
  4. conoscere le reazioni del corpo, sia a livello psicosomatico che a livello energetico e posturale;
  5. e infine ripristinare la modalità di relazione che avvicini il più possibile alla tendenza naturale, ovvero alla condizione originaria di benessere.

Se noi visualizziamo il corpo psichico, cioè l'estensione della psiche su tutto il corpo, riusciamo più facilmente a riconoscerne le distorsioni, ovvero le psicopatologie prevalenti, e a programmare l'intervento psicoterapeutico più idoneo.

Lasciando perdere le contrapposizioni del passato e del presente, nel futuro vorremmo che fossero sfruttate tutte le idee buone e tutte le esperienze valide, a favore di ogni tipo di paziente e per affrontare ogni tipo di psicopatologia.


Prendiamo un piccolo esempio.

Di una giovane paziente, Valentina, stavo analizzando l'atteggiamento esageratamente frenato e incerto, frutto del conflitto erotizzato, di piacere contemporaneamente a due oggetti, che erano sempre stati troppo distanti tra loro per essere raggiunti insieme. Il suo stress era quello di non riuscire a godere del momento in cui stava per raggiungere una meta, perché nello stesso tempo vedeva l'altra, ugualmente importante, allontanarsi in modo definitivo, e ne provava grande angoscia.

Questo conflitto la teneva prigioniera in una situazione affettiva, in cui le soddisfazioni dirette erano di molto inferiori alle sofferenze derivate.

Parlando della propria infanzia, da figlia unica, diceva di essersi trovata prevalentemente tra quattro diverse spinte.

Seguendo la sua esposizione, da un lato c'era il padre, con le sue forti e contraddittorie pretese affettive: pulsioni incontrollate, per l'incapacità di riconoscerne la natura, ma anche inibite per la paura infantile di essere punito dalla grande donna di casa; dall'altro lato c'era la madre, che la manipolava con messaggi anche più contraddittori e pericolosi: la blandiva insinuandole l'idea di essere una bimba speciale, destinata a vivere in un mondo superiore, ma poi la castrava tenendola in un ambiente asessuato, incolore, instabile, e sempre lontano dai giochi e dalle mode delle sue possibili amichette.

Stavamo trattando di questa ultima relazione in particolare, cioè di come questa donna, intuendo o temendo un legame preferenziale tra il marito e la figlia, riuscisse sempre ad approfittare della debolezza del primo, e del bisogno e dei sensi di colpa della seconda, per ostacolarla, cercando di toglierle ogni tratto e ogni occasione di seduzione femminile.

Ma il bisogno e i sensi di colpa agivano ovviamente anche all'interno dell'analisi e inducevano la paziente a terminare spesso le sedute con un qualche tipo di difesa della madre, nel tentativo di annullare il fantasma angosciante dell'annientamento e del distacco da lei.

Ad esempio, durante una seduta individuale di quel periodo, Valentina, singhiozzando con particolare insistenza, e con tono di protesta, disse: <non so cosa fare di tutto questo, delle emozioni che emergono ora, della rabbia, del dolore, dell'impotenza, dei pensieri aggressivi e ribelli verso mia mamma; non so dove metterli, capisce? Mia mamma oggi è una persona con cui sono e voglio restare in armonia, il resto è solo un ricordo>.

Quella volta, più chiaramente di altre, si era opposta alla paura che l'alleanza col padre-analista la spingesse a demolire la figura genitoriale (madre) indispensabile al proprio equilibrio latente.

E i suoi due linguaggi, quello verbale e quello corporeo, denunciavano il conflitto.

Infatti, ciò che potevo osservare dal mio posto, era che Valentina, piangendo, si era irrigidita ancor di più: mentre si scioglieva in lacrime si opponeva a quella spinta liberatoria con continui irrigidimenti corporei, che, tra l'altro, originavano l'effetto singhiozzo.

Il linguaggio del suo corpo psichico era questo: <provo l'intensa pulsione di andare verso le mie mete, di spezzare il legame che me lo impedisce, ma ho il terrore di distruggere la persona che lo rappresenta, di provocare la sua vendetta e di perderla per sempre; preferisco essere come lei mi vuole, bloccare le mie pulsioni e salvare il salvabile di me>.

Il suo corpo psichico, cioè l'estensione delle sue emozioni sul suo corpo reale, mi stavano dando la possibilità d'intervenire, ancora una volta, su più livelli:

  • il livello emotivo era soddisfatto dalla condivisione empatica che le fornivo in quel momento, e in parte dalle associazioni che riusciva a fare in questo clima;

  • il livello razionale era soddisfatto dalle indagini che svolgevamo insieme, oltre che dalla mia azione chiarificatrice e interpretativa;

  • il livello corporeo era soddisfatto dai collegamenti che facevamo tra la scoperta di blocchi e sintomi fisici e i corrispondenti esercizi di bioenergetica, più o meno palesi e insistiti, a seconda dei momenti;

  • infine il livello figurativo e attivo veniva soddisfatto con lo psicodramma analitico integrato.

Devo precisare infatti che prima di manifestare questa resistenza, Valentina, aveva partecipato ad una sessione di psicodramma analitico integrato, in gruppo, aveva cioè dato anche un'espressione figurativa ai suoi sentimenti, oltre a quella emotiva, verbale e corporea .

 

Come abbiamo potuto vedere Valentina aveva rivissuto uno dei tanti momenti in cui la madre era riuscita a bloccare un suo innocente desiderio di essere come le sue amiche, di vestire come loro e giocare con loro, anziché frequentare le riunioni degli adulti, assistere alle loro sbornie e cantare le loro “noiose” canzoni. Anche quella volta la madre era riuscita a piegarla al suo volere, con la determinazione di chi non lascia scampo, ma con la maschera consueta di gentilezza e con la solita abbondanza di argomentazioni.

Sulla scena Valentina aveva preso coscienza dell'obiettivo castrante di queste manipolazioni, le aveva sofferte, ci si era ribellata con rabbia e molta sofferenza.

Però a differenza di altre volte, stimolata anche da lavori messi in scena nella stessa giornata, ne era rimasta molto scossa e tornando a casa, aveva portato con sé gran parte di quelle emozioni.

Nella seduta di cui ho parlato prima, e nelle successive, abbiamo ripreso anche agganci teorico-pratici con la bioenergetica, e Valentina ha avuto la dimostrazione, non la semplice notizia ma la dimostrazione, che quello che aveva chiamato “ricordo”, non era una semplice traccia mnestica, presente in quel momento nei suoi pensieri, e vagante, in precedenza, nella parte inconscia della sua psiche, ma era un segno scolpito in ogni cellula e in ogni muscolo del suo corpo; un segno che la rendeva allo stesso tempo rigida e seducente, lenta e impulsiva; un marchio che anche in quel preciso momento le procurava la paura di essere libera di esprimere le sue pulsioni, e le sue emozioni, attraverso le parole come attraverso il pianto, o il riso, o il movimento degli arti, o il semplice rilassamento dei muscoli.

Avendo questa dimostrazione, la sua resistenza diventava molto più cosciente; la possibilità di affrontarla utilizzando il concetto di corpo psichico, la rendeva decisamente più abbordabile, perché la psiche vista anche, non solo ma anche, nel corpo è un elemento con cui si può entrare in contatto in modo più immediato e più chiaro. Il fatto poi, di vederla anche attraverso il corpo reale apre una strada ulteriore per arrivare all'obiettivo: trasformare una resistenza troppo tenace in una difesa utile ed equilibrata.

E' questo che intendo dire: abbiamo a disposizione un numero abbondante, e ancora crescente, di teorie e tecniche psicoterapeutiche, per aiutare il complesso mosaico umano.

Dobbiamo continuare a lavorare per renderle integrabili e praticabili dallo stesso psicoterapeuta.

Trent'anni d'esperienza ci dicono che è faticoso passare dalla modalità verbale a quella prevalentemente corporea, e viceversa.

Sono ardui entrambi i passaggi.

Non è facile frenare la spinta che richiede il lavoro sul corpo: un lavoro per cui è necessaria una grande energia, che è in qualche misura aggressivo, spesso accompagnato da luci e musica stimolante, che deve combattere rigidità muscolari formatesi in una vita, e le resistenze psicofisiche che vi si annidano. Non è facile frenare questa spinta e passare alla calma che richiede la seduta psicoanalitica: una tranquillità riflessiva in un ambiente normalmente silenzioso e in penombra

Viceversa, è difficile passare dal setting psicoanalitico individuale a quello della psicoterapia corporea, perché la stessa energia dell'analista è imbrigliata nell'immobilità del setting. Essere abituati a star seduti, col corpo praticamente immobile per ore, non predispone all'azione necessaria per smuovere i blocchi che si estendono dalla psiche al corpo.

Oltre tutto, il lavoro sul corpo chiede una conduzione forte e direttiva, che porti ad attaccare i blocchi energetici sul corpo, mentre lo psicoanalista favorisce semplicemente l'espressione emotiva e verbale spontanea che porta all'interpretazione.

Nella storia della psicoanalisi ci sono stati tentativi di valorizzare il corpo, sia come elemento di realtà che si muove nel setting, aiutando a sbloccare i conflitti intrapsichici, penso a Ferenczi, sia come elemento su cui agire per aiutare la psiche, penso a Groddeck e in modo diverso a Reich, ma si è trattato esattamente di tentativi, posti all'interno di una metodologia ancora in fase di sperimentazione.

La psicoanalisi di allora utilizzava il solo setting individuale, e pativa delle contraddizioni tra la confidenza col corpo tipica del medico, il distacco severo che cercava d'imporre Freud per esaltare le possibilità fantasmatiche del transfert, e il desiderio di contrastare la severa morale dell'epoca, ritenuta responsabile della maggior parte delle nevrosi. Di quelle individuali, secondo la maggior parte degli psicoanalisti, e di quella sociale, secondo Reick.

Il lavoro di anni, di migliaia di psicoanalisti, ci ha accompagnato al disegno dell'essere umano come “corpo psichico” , armonico o deformato a seconda delle conseguenze dell'adattamento all'ambiente, e per cui è stato necessario trovare le metodologie e i setting più adatti alla sua ricostruzione.

 

Ma ripartiamo dalla psicodiagnosi.

La prima conseguenza del riconoscimento che esistono più possibilità psicoterapeutiche diventa inevitabilmente quella di fare la psicodiagnosi.

Quando la proposta era solo di un trattamento psicoanalitico individuale, la psicodiagnosi si riduceva a riconoscere, più o meno, uno psicotico da un nevrotico, per decidere se fosse il caso o no di prenderlo in carico. La diagnosi vera e propria, si diceva giustamente, era la stessa cura, la quale permetteva al paziente di venire a conoscenza del materiale latente che causava la nevrosi e di reagire.

Ma dal momento che le possibilità sono diventate diverse dovrebbe cambiar tutto. A questo punto diventa possibile, anzi necessaria, una scelta in base a fattori diversi, dunque assume un maggiore importanza la psicodiagnosi, che diventa più complessa e più decisiva.

Per esempio quella che noi utilizziamo comprende:

  1. la definizione della tendenza relazionale naturale, cioè il disegno che descrive come ci mettiamo naturalmente in rapporto con l'ambiente e che modalità richiediamo per sentirci soddisfatti;

  2. una parte di verbalizzazione spontanea, in cui il paziente ci fornisce, tra l'altro, informazioni sul motivo che l'hanno spinto da noi, su eventuali precedenti esperienze psicoterapeutiche, sul suo stato affettivo e lavorativo attuale, su eventuali terapie farmacologiche passate o presenti, e su tutto ciò che più gli preme al momento;
  3. la conoscenza più precisa possibile della formazione affettivo-relazionale del soggetto, andando possibilmente indietro di tre generazioni per quanto riguarda la famiglia;
  4. la storia affettivo-relazionale, partendo dalle prime esperienze personali fuori dalla famiglia;
  5. l'utilizzo di test proiettivi che ci aiutino a valutare quanto e come si è distorta la personalità di base nel tentativo di piacere all'ambiente determinante;
  6. la co-lettura del corpo, cioè una descrizione della postura e del modo di muoversi del corpo fatta in collaborazione tra l'analista e il paziente;
  7. la mappa psicosomatica, ovvero la coazione a trasformare i conflitti psichici in sintomi corporei, descritta attraverso i sintomi stessi e le eventuali interpretazioni conosciute;
  8. la decisione sul percorso psicoterapeutico più adatto, sia come teorie, che come tecniche, che come setting, e l'eventuale invio ad altro collega.

Questo comporta una buona conoscenza delle varie possibilità oggi esistenti e la disponibilità a discuterne o sperimentarne l'efficacia, senza pregiudizi.


Corpo psichico.....due descrizioni opposte..troppa rigidità (chiusura su se stesso, narcisismo?) troppa instabilità (borderline?)

 

Prendiamo come esempio la decisione di usare in alcuni casi il setting di gruppo e in altri casi quello individuale, sulla base del gap esistente tra la tendenza relazionale naturale e la personalità acquisita, ferme restando le variabili psico-sintomatiche.

Per quanto riguarda quello di gruppo abbiamo studiato le forme di psicoterapia esistenti da trent'anni a questa parte; ne abbiamo sperimentate anche da pazienti; abbiamo scelto quelle che si sono dimostrate più valide; ne abbiamo unito le componenti che avevano sia la possibilità di essere amalgamate, sia la caratteristica di essere molto efficaci nel loro settore; le abbiamo collocate sulle fondamenta teoriche della “tendenza relazionale naturale”, e ovviamente abbiamo dato un nome a questo modo di agire e a questo setting.

Un nome che non contiene tutto ciò che utilizziamo, ma presenta tre vantaggi:

  1. sottolinea che esiste un contenitore, o una cornice, che permette di mantenere le varie tecniche in un quadro preciso, quindi definibile ed eventualmente modificabile con un senso logico;

  2. stabilisce quali sono le componenti che fanno da filo conduttore a tutto il percorso psicoterapeutico;
  3. è riconoscibile dal pubblico, anche se solo in due parti; una è quella che per antica tradizione è diventato un modo comune per descrivere situazioni che contengono una certa drammaticità, l'altra è quella che in ambito psicologico designa l'insieme di sedute psicoanalitiche.

Il nome è psicodramma analitico integrato.

Il nome psicodramma analitico è stato usato da altri prima di noi, per descrivere una modalità meno complessa, la quale ha diritto di chiamarsi così, proprio perché unisce semplicemente lo psicodramma alla psicoanalisi, sia individuale che di gruppo.

Lo psicodramma analitico integrato, cresciuto lentamente nella nostra esperienza, è davvero l'unione di diverse tecniche, principalmente dello psicodramma, della psicoanalisi e della bioenergetica, ma ci sembra ovvio che da una mentalità aperta nasca un sistema aperto, che nessun nome potrebbe mai limitare.

Questo punto ci sembra più importante ancora di una singola tecnica, infatti il tempo e le esperienze si sommano, la professione dello psicoterapeuta cresce e impara a spaziare oltre i confini dei suoi padri, per disegnare orizzonti più ampi. In questo momento le basi teoriche della psicoanalisi e delle altre psicoterapie hanno bisogno di avere sopra un complesso architettonico armonioso. Molti dei padri fondatori, dovendo difendere le basi del loro lavoro, sono stati troppo poco propensi a considerare le osservazioni e le critiche esterne.

Per esempio.

Moreno aveva incontrato Freud nel 1912, mentre questi teneva una lezione alla clinica psichiatrica di Vienna, ma aveva cercato di sfidarlo e di superarlo al primo approccio, anziché partire dalla sua esperienza e cercare il suo aiuto. Significativa, a questo proposito, è stata la celebre frase di Moreno “Io inizio dove lei finisce. Nel suo studio lei pone le persone in una situazione artificiale, io le incontro per strada, a casa loro, nel loro ambiente naturale. Lei analizza i loro sogni, io cerco di dar loro il coraggio di sognare ancora".

Sono parole emblematiche, sono la dimostrazione che della psicoanalisi Moreno non sapesse quasi niente, a quel tempo, e comunque, che non fosse tanto interessato a capirla, quanto invece a citarla per differenziarsene.

Inoltre, anni dopo, quando lo psicodramma era ormai passato dalle piazze al teatro di Beacon, e ai tanti studi sparsi nel mondo, quelle parole non avrebbero dovuto più essere citate come bandiere, perché non avevano più senso.

Da quel momento infatti, il teatro dello psicodramma non è stato più l'ambiente naturale dei partecipanti, come all'inizio erano la piazza e la strada, è diventato sempre di più un ambiente creato apposta, in modo artificiale, per permettere al protagonista di riprodurre e rielaborare ciò che ha già vissuto, o immagina, o sogna di vivere.

In questo senso lo psicodramma si è avvicinato alla modalità propria della psicoanalisi, e, senza accorgersene, ha preparato il terreno all'incontro che poi è avvenuto meno di cinquant'anni dopo, quando Freud era già morto e Moreno, ancora in vita, cercava di dare una forma teorica alla sua creatura, per avere il massimo riconoscimento da parte della comunità scientifica.

All'epoca, un gruppo di psicoanalisti francesi, Lebovici e altri, pensò giustamente che il metodo del grande padre della psicoanalisi fosse insufficiente nel contesto in cui operavano loro: nelle istituzioni, con gruppi di bambini e adolescenti. S'interessò quindi a quella nuova tecnica di gruppo; andò a Beacon, restò il tempo necessario per apprendere, e ritornò in Francia con un'ipotesi di soluzione che si diffuse col nome di psicodramma analitico.

In Italia lo portarono soprattutto i coniugi Lemoine, psicoanalisti lacaniani, che percorsero un vero e proprio tour per seminare, e far radicare, la loro modalità in varie zone.

Dal punto di vista teorico le due proposte sarebbero molto lontane, tanto che Paul Lemoine osserva: “Poiché a suo giudizio (di Moreno ndr.) non è possibile penetrare fino in fondo all'anima, né vedere ciò che un individuo percepisce e sente, lo psicodramma tenta, con l'aiuto del paziente, di trasportare l'anima “al di fuori” dell'individuo…Lo scopo è quello di rendere il suo comportamento (behaviour) direttamente visibile, osservabile e misurabile (da qui la sociometria ndr). In tal modo, pur criticando il behaviorismo, egli si situa in questa linea piuttosto che in quella della psicoanalisi. (G. e P. Lemoine, Lo Psicodramma letto alla luce di Freud e Lacan, Feltrinelli, Milano, 1977).

Ma nello svolgersi dell'azione, Moreno capisce che non possono essere trascurate le associazioni tra un episodio e un altro, che queste, anzi, escono spontaneamente dal protagonista e non rispettano una precisa cronologia, né luoghi determinati a priori: insomma, che sfuggono al controllo della mente e alla regola del “qui ed ora”.

Come dicevo prima, in questo senso il suo metodo riconosce involontariamente l'importanza di una caratteristica basilare della psicoanalisi: le libere associazioni appunto. Ne riconosce l'importanza anche se all'inizio non ne capisce, o non ne ammette, la funzione di traghettare l'individuo nel mondo dell'inconscio individuale descritto da Freud.

Le resistenze di Moreno gl'impediscono di vedere la marcata differenza tra le libere associazioni usate nel setting individuale psicoanalitico, rispetto a quelle che si liberano nel setting dello psicodramma di gruppo. Nel primo caso, un soggetto che viaggia nel proprio mondo le utilizza per arrivare al materiale latente che abita il proprio inconscio; nel secondo caso le associazioni seguono due strade: a volte restano nel mondo del protagonista e altre volte partono da un soggetto e raggiungono gli altri.

Le prime sono di un solo tipo: intrasoggettive.

Le seconde sono di due tipi: intrasoggettive e intersoggettive.

Moreno vede e studia, dalla prospettiva del comportamento, quelle intersoggettive, che passano da un partecipante all'altro del gruppo provocando la catena relazionale, ch'egli chiama tele.

Alla dinamica di quelle intrapsichiche del protagonista, degli Io Ausiliari e dei componenti il pubblico, assiste senza coglierne l'importanza e senza riuscire a gestirle.

E' questa sua distrazione, ch'egli definisce volontaria ma che non pare esserlo, che ha creato i presupposti per il matrimonio tra psicodramma e psicoanalisi, e tra questo nuovo soggetto e le tecniche che possono renderlo più completo.

Data questa opportunità, abbiamo deciso di trattare lo psicodramma come uno strumento di partenza, o meglio un ricco contenitore di base, più che come un metodo psicoterapeutico chiuso: un contenitore creativo, molto capiente, in cui le conoscenze, la duttilità e l'esperienza del conduttore trovano, di volta in volta, le tecniche più utili per ogni situazione e per ogni persona.

Certo, lo psicodramma ha delle regole e ha un'insieme di tecniche che sono andate perfezionandosi nel tempo, ma lascia al conduttore ampi spazi sul piano teorico e su quello pratico, stimola la sua creatività, mette a prova la sua perizia e si esalta alla sua esperienza.

In questo senso è un contenitore ideale, a differenza, per esempio, del metodo psicoanalitico.

Vorrei fermarmi un momento su questa differenza.

Quando si parte dal setting psicoanalitico e si cerca d'introdurvi altre tecniche, comprese quelle sociometriche, si sente la fatica della forzatura, del dover superare uno schema nato rigido.

Si potrà obiettare, come abbiamo detto prima, che nessun altro pensiero è stato più arricchito di contributi, nel campo della psicologia, di quello froidiano e si direbbe il vero, ma quest'enorme mole di lavoro non si è spostata quasi mai dall'asse principale. Del resto, del geniale Freud si possono elencare tante caratteristiche positive, ma non che fosse accomodante, disponibile a cambiare le sue impostazioni. Per rinfrescarci la memoria, ricordiamo quanti tra i suoi compagni d'avventura abbia allontanato per divergenze teoriche. Nel caso del matrimonio con una modalità psicoterapeutica totalmente diversa, come lo psicodramma, l'esperimento è stato fatto, con ammirevole coraggio, da psicoanalisti di generazioni successive, decisi e pronti ad operare cambiamenti.

A loro devo la possibilità di fare oggi queste considerazioni, e dunque innanzitutto li ringrazio.

Questo non m'impedisce di osservare che la più adatta a ricevere “contaminazioni”, specialmente se molto diverse, è lo psicodramma più che la psicoanalisi. E' lo psicodramma, con la sua apertura scenica e creativa, con la sua scarna teoria, con la possibilità di avere contributi da diversi partecipanti, o anche solo dagli Io-ausiliari, con il suo movimento di corpi, di luci e di suoni e di strumenti.

Perciò, tra i due metodi era giusto che scegliessimo lo psicodramma nella funzione di contenitore.