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"Discendendo la 5° Avenue a dorso d'elefante,
Psicodramma e simbolizzazioni primitive"

JEAN JOSE BARANES
23 maggio 2008, VERONA




Per parlavi oggi della maniera nella quale lo psicodramma psicanalitico permette di accedere a, e di modificare dei strumenti caratteriali narcisistici a priori poco accessibili ad un approccio analitico più diciamo, “tradizionale”, ho bisogno per iniziare di mettere in evidenza qualche punto di riferimento concernente lo statuto dell'evoluzione dello psicodramma analitico come si è sviluppato in Francia, in ogni caso all'interno della corrente di pensiero dentro René Diatkine, Serge Lebovici, Evelyne Kestemberg, e Jean Gillibert, che furono le figure fondatrici.
Così presto introdotto, lo psicodramma appare come un metodo alternativo e complementare della psicoterapia classica, che si indirizza a dei pazienti difficili, psicotici, o poco abili alla verbalizzazione, o ancora agli adolescenti.

In questa fase iniziale dove gli analisti esplorano e scoprono le qualità dello psicodramma, il modello di riferimento di tutte le attività analitiche è il modello del sogno. Le condizioni della seduta inducono in effetti a uno stato particolare vicino al sogno (Roussillon) : motricità sospesa, percezione rarefatta o neutralizzata, analista assente dello sguardo, tutte le condizioni riunite per sollecitare e cominciare a sviluppare una chiamata alla fantomatizzazione, dentro un movimento che regredisce all'apparecchio psichico, dove lo spazio dato, e per un lungo periodo, è il sogno come modello della seduta, dentro questa psicanalisi di lingua francese.

Succede lo stesso per lo psicodramma, anche se le condizioni sono radicalmente diverse, questo sarà alla base degli scritti di chi per esempio pensa che lo psicodramma “permette alla psiche di mettere in scena i conflitti psichici nello spazio del gruppo, che lavora secondo dei processi figurativi di tipo onirico a forte carico sensitivo-motorio”
Ph. Jeammet, autore con E. Kestemberg dell'opera « originale » sullo psicodramma analitico individuale dove sono curati gli argomenti, ancora una volta e sempre in questo periodo iniziale di studio nel quale il funzionamento psichico di riferimento per i psicanalisti è il sogno e la nevrosi :
La scena è un invito a la figurazione dei fantasmi, sia nella sua scelta che nella maniera di interpretarla, di farla derivare del suo progetto iniziale: la scena facilita le produzioni fantasmatiche gestendo les difese del paziente. Come dentro il sogno, il paziente è alla stesso tempo colui che sogna e colui che partecipa – attivamente o lateralmente – allo sviluppo di una sceneggiatura che gli fugge via e dove, dentro il tempo del luogo, lui può lasciarsi andare a credere che lui non è l'autore, questo non impedisce, anzi al contrario stimola le reazioni impreviste: queste ultime lo mettono in contatto con le produzioni psichiche e con le attitudini fino al quel momento sconosciute”.

Noi vedremo più avanti quello che al posto di pensare oggi di queste produzioni psichiche incredibili che provengono del primitivo e del clivage psichico piuttosto che della rimozione e di un gioco morbido delle istanze psichiche.

Lo psicodramma, nota ancora Jeammet, permette un rafforzamento dell'appoggio – del sostegno – dei processi psichici nel quadro della messa in atto: L'esternalizazione dei movimenti incoscienti, delle istanze e delle immagine arcaiche dentro il gruppo dei coterapeuti e dei conducenti del gioco permettono simultaneamente un aiuto al processo di figurazione e per lo stesso legame da un lato, e un rinforzamento dei fattori di differenziazione – la topica psichica: io, questo su di me – dall'altro lato.
Questi due ordini di dati, anche se bisognerebbe aggiungere il “piacere del funzionamento”, il piacere del gioco, ( E. Kestemberg), sono resi possibili per il ricorso molto particolare alle stimolazioni percettivo-motorie che lo psicodramma permette.
In conclusione , in questo tempo inaugurale, riconosciamo che il gioco psicodrammatico introduce dei parametri particolari, ma che il loro valore simbolico non è ancora riconosciuto per quello che è, sapendo che la messa in gioco dei modi particolari, specifici di simbolizzazione, quelli delle simbolizzazioni primitive, corporali o primarie sono ben differenti delle simbolizzazioni linguistiche dello spazio nevrotico.
Con l'evoluzione delle teorie analitiche, un secondo modello va a soppiantare questo modello del sogno, il modello « antitraumatico », nel quale lo psicodramma, come la cura precedente si basava dall'inizio sulla lotta contro il rischio di perdita di continuità psichica1 con la sua corte d'angosce di separazione, di liquefazione, di caduta nel vuoto. Vediamo qui che l'accento passa dalla conflittualità edipica alla calma narcisistica e alle fessure nella sua costituzione.
Viene al terzo tempo – schematizzando molto – quello che noi siamo, in quello nel quale lo psicodramma diviene il luogo di un gioco di trasformazione, luogo di un co-pensiero, co-prova, dove il terapeuta medio malleabile (M. Milner, Roussillon) permette, andando oltre a tutto quello che è stato detto precedentemente della messa in scena dei conflitti intrapsichici – che resta pertinente -, di rivenire, appoggiandosi sulle “memorie del corpo”, all'ancoraggio corporale dell'attività di simbolizzazione, altra maniera di nominare le simbolizzazioni primitive, che riguardano al primo grado la costituzione del soggetto e allo stesso tempo delle differenziazioni tra dentro e fuori- mentre il modello del sogno o la nevrosi sottintendevano l'esistenza di un soggetto costituito, consistente, anche se non è mai “padrone della sua montatura”-, questo lavoro di “costruzione” essendo un tempo anteriore obbligatorio perché i conflitti intra-psichici possano anche loro rappresentarsi nel e con il linguaggio.
Faccio qui una pausa per citare i lavori di un'analista italiana le cui posizioni sono cosi vicine ai punti di vista che io sviluppo, che mi permetteranno di passare direttamente al mio esempio clinico e ai commenti e alle discussioni che permetterà.
A.FERRUTA, nel suo contributo al libro collettivo « Inventare in psicanalisi », ci parla dell'analisi di un paziente che lei chiama “l'uomo al profumo di mimosa ».
“G. un uomo di successo di 40 anni descrive spesso la sua vita anteriore come la vita alla Lubjanka, l'enorme palazzo della vecchia Unione Sovietica, sede del KGB, dove gli oppositori al regine erano interrogati e spesso eliminati”.
“Un giorno, si presenta alla seduta oppresso, come al solito, per la stanchezza di vivere, pronto ad accogliere i miei interventi nella sua Lubjanka personale, da dove non riusciamo ad uscire per poter galleggiare in uno spazio-tempo psichico aperto a nuove costruzioni. Ma, appena entrato, non si può trattenere e dice: “ Della mimosa a dicembre?”, alludendo ai fiori nel mio vaso. Cerca di parlare di altro, poi, durante questa seduta e durante la seguente, non può fare a meno di lasciare risalire alla superficie l'emozione non organizzata che il profumo della mimosa a dicembre, del tutto inaspettato, ha suscitato in lui. Questo odore ha preso alla sprovvista la sua Lubjanka mentale: sappiamo che tra le sensazioni, l'odore è la meno dotata di forme e di significati organizzati: lei penetra nelle prigioni, dove anche la luce del sole non arriva. G. dice che aveva dimenticato il profumo della mimosa, che è stato del tutto spiazzato, come se venisse da molto lontano, quando viveva altrove, non in città… Gli ho detto, che nell'analisi , si sente il profumo di un'esperienza che non è stata distrutta da un eccesso d'organizzazione e che sopravvive malgrado le sue costruzioni più strutturate e anche le mie (…)
In questo tipo d'intervento, non è importante stabilire se, durante la sua infanzia, c'è stato “un posto della mimosa” oppure se, nello studio d'analisi, ci sia stato più volte della mimosa: è evidente che entrambe le cose hanno avuto luogo. Ciò che importa e che il paziente sia stato colpito da un evento emotivo che ha risentito, che ha comunicato e che è stato rappresentato verbalmente dall'analista; questa emozione può diventare un incontro tra due soggetti ed appartenere al paziente che se lo appropria. E' quello che Winnicott dice a proposito dell'interpretazione come evento psicologico reale e non come ripetizione del passato o come racconto che si sovrappone all'esperienza.” Questi modi di funzionamento transfero- controtranferienzali”, perché entrambi sono indissociabili, lontani dall'essere “degli interventi dell'analista che corrono il rischio di diventare delle costruzioni-prigioni, delle architetture del regime psicanalitico”… “ non necessariamente preferibili alle costruzioni dei genitori, dove questi pazienti sono sopravissuti fino a questo momento », provengono secondo me dalle simbolizzazioni primarie; A. Ferrata lo conferma a modo suo parlando di un'interpretazione che costruisce il soggetto”:
Ci troviamo, lei scrive, “di fronte alla difficoltà di dare una voce e una forma a degli aspetti della vita psichica che le forme del nostro pensiero e del nostro linguaggio già organizzato rischiano di annullare, al momento in cui vengono decifrate”, o ancora quando lei definisce le interpretazioni utili di fronte alla sofferenze narcisistiche, come degli “interventi di trasformazione” (Bion 1965), avendo come scopo un funzionamento mentale dinamico, strutturato e strutturante, e anche piacevole…, che mobilitano il funzionamento dell'apparecchio psichico del soggetto in un modo che ne favorisce le capacità d'auto-organizzazione dinamica e dunque di mobilità tra diversi strati di personalità e tra il piacere di possedere un'autonomia mentale e il desiderio di incontrare tutto quello che rappresenta l'altro”.



* * *
Dopo queste parole, non c'è bisogno di cercare una transizione per presentarvi Bernard e lo sviluppo del suo psicodramma.



Bernard è compositore. E' vicino alla sessantina, e la sua opera ha un gran posto nella sua vita, e in ogni caso è quello che ci dice in questo psicodramma che frequenta assiduamente da un anno e mezzo. Ma quest'opera, piuttosto che sublimazione riuscita, sembra invece riflettere i suoi conflitti interiori, e soprattutto la sua difficoltà a rinunciare ai confini dell'onnipotenza infantile. Essa è la risorsa di tutti i conflitti che espone e dove gioca le circostanze e lo sviluppo dell'inizio dello psicodramma, confronti di tonalità molto nettamente paranoiche con le “istituzioni” che non le riconoscono e che gli rifiuta delle condizioni di lavoro e di vita decenti. Quest'opera è il luogo dove si esprimono le sue interrogazioni sul vero e il falso, su quello che rileva del superficiale e dell'effetto facile o al contrario dell'espressione la più autentica del rapporto con se-stesso e col mondo.
Ma l'opera è anche il mezzo di ripetere senza sosta, per esempio quando dimentica di portare le sue opere alla vigilia di un'audizione nella quale è consapevole di occupare una posizione centrale; quello che apparirebbe superficialmente come l'espressione di una nevrosi di fallimento, oppure di un solido masochismo, ma che c'entra secondo noi con questo impossibile rinuncio all'autosufficienza grandiosa. La postura dell'artista maledetto, non amato dalla società che gli nega qualunque benessere sociale, diventa un rifugio ed una figura eroica invertita confortevoli; ma Bernard riesce comunque a “staccarsene” nel corso delle sedute- per esempio quando una volta finisce e firma una serie di partizioni che erano rimaste incompiute, e dunque intemporali-, ci porta degli elementi della sua storia che ci permettono di pensare la sua infanzia. Il suo vissuto infantile si ripeterà come lo vedremo nella relazione transfero-controtransferenziale; Bernard è nato dopo un neonato morto poco prima della sua nascita? In giovane età? Questo non è chiaro, ma in quanto bambino in tutti i casi dove sua madre non ha mai potuto fare il lutto, e crescendo diventa una specie di « Poil de Carotte » (pelo di carota) identificato in maniera masochistica al ruolo della vittima.
Ci stupirà durante una seduta apprendendoci che aveva tagliato tutte le corde della frusta con cui sua madre lo minacciava regolarmente, per poi in seguito rincollare minuziosamente tutte le corde, come regalo di compleanno a sua madre!
Figlio unico, Bernard non trova più soccorso oggettuale ne narcisistico dalla parte paterna, per quanto rimanga legato sembra il suo martire di bambino inadeguato e deludente. L'affrontamento, alla minima occasione, ai valori borghesi di suo padre, ai soldi e al “nodo del papillon” diventano allora una soluzione, prolungamento di un registro edipico, piuttosto di buon auspicio ai nostri occhi in rapporto a quello che avrebbe potuto organizzarsi come posizione melanconica, con il suo rischio di depressione clinica durevole,2.
Interessante ugualmente ci appare la sua ricchezza di figurazione visuale, che mostra la ricchezza in lui della sensorialità: le luci della sua “tana” (è il nome che dà al luogo dove compone), quello della mattina, le vive colorazioni dei sui sogni. E noi ci interroghiamo, lungo il nostro contro-tranfert, sulle qualità della sua musica, come noi costatiamo la variabilità della nostra “recettività” al personaggio: secondo le persone, secondo le sedute, Bernard è irritante e “insopportabilmente narcisistico”, o al contrario toccante, commovente, quasi seducente…
Comunque, questa analisi è preoccupante all'inizio per l'imponenza caricaturale delle difese caratteriali narcisistiche – ragione stessa dello psicodramma – che fanno di questi primi mesi di trattamento una sorta di monologo chiuso in se stesso portato da quest'uomo al sorriso carnivoro, alla sordità pronunciata nei confronti di tutto quello che viene dall'altro.

E' utile riportare qui le conclusioni della collega che ha indicato la cura per lo PSD: “Che fare di questo sessantenne? Io non immagino una psicoterapia faccia a faccia, ne per lui ne per l'analista. Lui domanda una donna “per andare molto lontano”: pensiamo che egli voglia andare sul mare. Amerei l'opinione del Dottor X.. per il caso in cui ci fosse un posto dentro un gruppo (questo sarà negato dal Dottor X col timore che il paziente non “sabotti tutto il gruppo”). Dubito inoltre che questo paziente accetti.

Io non vedo soluzioni fino a qui…
Per riassumere, personalità narcisistica con tratti di carattere proiettivi ed una rigidità importante, probabile problemi alcolici per un uomo intelligente, dal vocabolario ricercato, al quale si potrebbe pensare quando lo si sente parlare dei luoghi e dello spazio, un vero dono artistico.”

* * *

L'inizio del trattamento confermerà del tutto le preoccupazioni del consulente : Che si tratti di negare gli sforzi del direttore di gioco o gli interventi degli psicodramatisti, Bernard “riempirà” per molto lo spazio delle sedute e del gioco con il racconto dei suoi conflitti con le autorità istituzionali a proposito del suo luogo di lavoro: non è vivibile, non è confortevole, non riscaldato bene, messo male come si potrebbe dire per sottolineare l'evidente dimensione psichica deiscente e di narcisismo défaillant. Come potrebbe permettere a Bernard di esprimere la sua creatività, soffocato per di più dalla presenza della sua compagna-madre e dal bambino che Bernard ha avuto sul tardi con lei, il quale esprime anche lui dei bisogni personali?...
Bernard ci indica subito le soluzioni narcisistiche intime che ha adottato per lottare contro il suo malessere narcisistico: l'attacco contro i legami, praticato in modi diversi, come quando dimentica i nomi dei terapeuti, la cancellazione degli interventi del direttore di gioco- che avrà più volte il sentimento di “predicare nel deserto”-, gli attacchi al setting e al gioco stesso, che troveranno il loro apice in questa seduta in cui Bernard dà il tema del gioco, si alza subito, si mette a parlare con una grande stenia con un interlocutore immaginario e torna a sedere, prima che il gioco si sia potuto “costruire”… L'impossibilità d'integrazione della distruttività lo porta quindi spesso ad attaccarsi a se stesso ed a cancellarsi da solo, ad esempio “dimenticandosi” nella distribuzione delle parti; infine, l'onnipotenza infantile appare chiaramente nel contenuto di sogni grandiosi che ci racconta dettagliatamente durante le sedute, non senza piacere; come quello dove si vede di fronte ad un immenso uccello-fallo- fenice, o quello ancora più onnipotente, della discesa della Quinta Avenue a New York, come Annibale partendo alla conquista di Roma, arrampicato maestosamente sul dorso di un enorme elefante; difatti, il nostro paziente evoca un po' il pachiderma…però, la sua armatura è fragile e vulnerabile agli attacchi del mondo esterno.
La sequenza che ho scelto di presentare per illustrare e discutere delle mie concezioni delle simbolizzazioni plurali, si concentrerà sulle due sedute successive, con otto giorni d'intervallo, nelle quali si può vedere, come facendo seguito ad una diminuzione delle sue difese narcisistiche, una vera crisi di depersonnalizzazione e dell'attività di rappresentazione, che sarà ricucita dal ricorso nelle sedute a dei modi più primitivi di simbolizzazione.

Il contesto recente è il seguente: Bernard ha appena ritrovato, cosa rarissima, durante una seduta recente, un ricordo d'infanzia estremamente vivo, e considerato del tutto improbabile da sua madre-deceduta nel frattempo, quando gliene aveva parlato- : gli aveva risposto che era troppo giovane, e che era impossibile che avesse potuto conservare un ricordo del genere.
Ha meno di due anni, sua madre scende con lui in un riparo sottoterra, la guerra scoppia intorno a loro, sente il contatto del mantello (protettore) della madre contro la sua pelle.
Subito prima di questo ricordo, la messa in scena di un sogno lo aveva confermato nella possibilità di (ri) trovare in se stesso delle fonti vive e del piacere di vivere.
Tutto ciò rende Bernard più sicuro, prende consistenza sotto i nostri occhi, dà e afferma le sue opinioni, entra di più nei giochi invece di apparire- e di sentirsi- come un personaggio presente-assente, assente a se stesso, come durante le scene in cui “dimentica”di darsi una parte. Bernard cambia, ed è precisamente quest'apertura nuova nel suo funzionamento che « procurerà » la crisi.
Un elemento esterno accade, e prende una dimensione “traumatica”; costituisce per Bernard una vera e propria crisi narcisistica: sua moglie è sospettata di malversazione e rischia di essere mandata via dal negozio di lusso dove lavora. Durante questo racconto, la passione paranoica non è molto lontana; evochiamo anche, senza veramente crederci, la possibilità di un'uscita delirante di fronte alla violenza delle sue parole e all'idea di una vera e propria trappola organizzata contro di lui dalla gente. Consociamo bene il discorso di persecuzione di Bernard, però quello che rassicura il nostro piccolo gruppo è il fatto di osservare che è capace di giocare una scena a questo proposito, e che riesce a sentire quello che gli dice il direttore di gioco sul suo modo di “sparire a se stesso”, quando si sente messo in pericolo dall'intensità dei suoi sentimenti, e soprattutto dalla sua violenza.

I_-La seduta seguente, Bernard parte « molto forte »: la convocazione della moglie è stata rimandata con una disinvoltura inaccettabile, poi invece di proseguire con questo tema paranoico, si calma costatando con sorpresa che si era sentito tagliato in due durante una settimana, una sua parte essendo totalmente impegnata in questo conflitto, mentre l'altra poteva, in un modo completamente imprevisto, comporre tranquillamente. Associa allora su Cézanne, che si era rinchiuso nel suo atelier quando seppe della morte della madre e che si mise a dipingere tutta la giornata, con l'intensa concentrazione che questo atto richiedeva.3
Il direttore di gioco lo interroga allora sulla sua reazione alla morte di sua madre, una scena viene giocata nel quale Bernard si mette in scena, sdoppiato in un altro modo, sarà due personaggi diversi: lui all'età in cui sa della morte, e lui oggi, identificato in Cézanne. Mentre sua madre gli rimprovera la sua indifferenza, lo psicodramatista che fa la parte di Cézanne, insiste sul carattere relazionale/fusionale dell'atto di creazione, che abolisce la morte e la separazione.
Bernard riprenderà quest'idea nei suoi commenti dopo il gioco, costatando:
“Mia madre è la mia materia… i suoi stati affettivi, il suo dolore e il suo sgomento sono la fonte della mia creatività”. Visto che si scusa per la “rozzezza” di quest'espressione, il direttore di gioco gli fa notare che si può parlare di materie nobili ma anche di materie fecali; poi chiede a Bernard se il suo modo di rinchiudersi solo con la sua opera mantenendosi fuori campo dalla riconoscenza degli altri, non sarebbe un modo di rimanere solo con questa madre, e di non separarsene mai. Un'agitazione del pensiero segue immediatamente quest'interpretazione.
Bernard comincia allora a sviluppare un'idea, ma gli sfugge mentre gli arriva in mente… ha l'idea di un gioco, e poi c'è anche un odore che sente proprio qui mentre parla, ma lei (l'idea? La percezione sensoriale?) è svanita, si è come diffusa, evaporata. Bisognerebbe… si, è questo, che potesse dire quello che pensa del lavoro di creatore, e gli psicodrammatisti sarebbero qui, però non si svolgerebbe nello psicodramma , no si svolgerebbe altrove, fuori, in una sala di concerto, però sarebbero tutti qui, personalmente per permetterglielo… per aiutarlo a dire e per contenere quello che cerca di esprimere.
La scena non è giocata- come poteva esserlo in questi termini?- , ma Bernard fa uscire il suo disturbo, presente anche nel suo linguaggio non chiaro, e ritrova la coerenza ordinaria del suo discorso; questo gli viene sottolineato da un psicodrammatista, che si alza in modo spontaneo, col sentimento di un intervento “di emergenza” e gioca in doppio il suo disturbo e la calma ritrovata:
“dopo essermi prima sentito come “svenuto, evaporato, disseminato” nelle mie sensazioni, io mi ritrovo finalmente- nel senso più letterale- di nuovo “nel linguaggio”.4
Così può essere sottolineata e messa in parola col gioco in doppio la “crisi” rappresentativa, al limite della depersonalizzazione, nella sequenza appena svolta.
La seduta finisce poco dopo.
* * *
Cosa è veramente successo in questa seduta, nel lavoro d'appropriazione soggettiva per Bernard?
Siamo ovviamente condannati a delle ipotesi, niente o nessuno potrà mai portare le prove, ma quelle che avanziamo testimoniano la nostra comprensione della dinamica del transfert e del contro transfert, ma anche delle nostre concezioni del lavoro della psiche. Secondo il nostro parere, abbiamo assistito all'arrivo di un momento di funzionamento mentale di tipo allucinatorio e al suo tentativo di simbolizzazione. Questa rottura del pensabile arriva ad un momento del trattamento in cui le figure persecutrici del nostro piccolo"Poil de Carotte" – figure solite e protettrici, visto che non c'è nulla di meglio per la continuità psichica che una buona persecuzione- lasciano il posto alla possibilità, del tutto nuova, di accedere a un rammentarsi sensoriale forte: quello del vissuto corporale di protezione della madre (la scena della metro durante la guerra). La rottura traumatica brutale nell'ambiente attuale, sostegno narcisistico forte.
Detto in un altro modo, Bernard, quest'uomo che conosce bene l'utilizzo con dei registri sensoriali non linguistici- può grazie allo spazio potenziale della cura psicodrammatica, rinunciare al funzionamento onnipotente e chiuso che lo caratterizza, e questo apre in questa seduta al superamento della simbolizzazione del linguaggio per eccesso di affetto, che si tratti dell'eccesso dei desideri incestuosi (l'odore materno), o all'opposto del vissuto di perdita catastrofica di questo rapporto corporale con la madre (il colore bianco e il bianco dell'assenza), e alla possibilità della sua simbolizzazione in seduta, in particolare nel mio intervento in doppio.
Simbolizzazione degli effetti del superamento della psiche, presa tra il troppo ricordare e il per niente della perdita del contenente “materno”, assicurato di solito dalla sua compagna, oppure ancora dall'impossibilità di circolare tra i due… Comunque sia, questa sofferenza psichica eccessiva portava ad uno stesso risultato: quello della possibilità che ci veniva offerta di trasformare questo non simbolizzato primario in materiale integrabile per la psiche.
Per quanto riguarda la domanda che gli psicodrammatisti non giochino una parte, ma siano “loro stessi”- essere loro stessi, in carne e ossa”- può essere intesa come richiamo all'appropriazione soggettiva di questo provato saturato in sensibilità psicofisica che supera le capacità psichiche di simbolizzazione.

Questa ipotesi sarà secondo me, confermata nella seduta seguente.

II - Bernard torna otto giorni dopo, con « un pezzetto di sogno » di cui non sa cosa fare. Il direttore di gioco è assente quel giorno (Bernard era stato avvisato alla fine della seduta precedente); dirigo io lo psicodramma. Osservo con quale modestia parla di quel sogno, che contrasta con i sogni grandiosi solitamente così valorizzati, lo sollecito perché me ne dica di più. “era per me un posto familiare, un clima bizzarro, un pò strano , un posto dove sono a casa… in cima alla duna, un bunker, blockaus alla forma strana di un sommergibile di cemento; sono sulla punta della piattaforma, c'è una luce conosciuta, quella che avevo già visto in un altro sogno.” Interrogato dopo il gioco, Bernard preciserà che la luce del sogno è la stessa di quella che illuminava un antico spazio di lavoro, “quest'altra tana” di cui ha conservato una nostalgia insuperabile, la stessa che quella che illuminava il sogno di nascita di un grande uccello, fatto qualche settimana prima. Una luce ne ostile, ne piacevole, “tra cane e lupo”, neutra.
“sulla sinistra, come un gran muro di sabbia, molto alto, questa duna immensa, imponente, gialla, ma fatta di una luce strana, “quasi finta”: non si sapeva se fosse realtà o se fosse un muro fittizio, uno scenario”.
“sono sulla punta, devo tuffarmi, c'è una corrente forte, pericolosa che rischia di portare al largo, ma visto che conosco il luogo, ho una memoria del luogo, dei riferimenti che mi permettono di trovare il contro corrente”. Bernard insiste più volte, come stupito da se stesso da questo essere provato che non conosce, trovandosi all'opposto della solita onnipotenza: sin dall'inizio, ha il sentimento che se la caverà, ha dei punti di riferimento in mente (che reggono e lo reggono): “ contavo solo su di me e sapevo che ce l'avrei fatta…”
Le parti sono date, la duna, la luce, le correnti marine (non senza difficoltà e per ultimo) e la scena si gioca, con una gran concentrazione di Bernard, quasi immobile.
Dopo la scena, Bernard chiede di fare una parentesi, sulla sicurezza interiore che ha provato: ha fatto tanta navigazione ad un'epoca della sua vita, ma non ha mai avuto paura nel mare, anche nelle condizioni le più pericolose. Rimango colpito della ripresa nel sogno degli aspetti di preoccupante stranezza (il fittizio, lo straniero familiare) e decido di collegarli alla rottura della volta precedente: gli ricordo quindi che aveva parlato di un odore durante la seduta precedente. Ha per caso ritrovato di cosa si trattava?
“un odore d'alga?” (non ci pensavo tornando sulla “crisi” della settimana precedente)…
“Può darsi”…
poi associa
“c'è anche un odore molto importante per me, quella dei pini, della resina, è anche quella delle navi… è quest'odore che ho ricercato ogni volta che volevo comprare un profumo… è lo stesso odore che mi manca crudelmente ogni tanto quando compongo.”5
“Un odore di madre?”
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  Ho proposto l'idea di una pluralità delle simbolizzazioni, partendo in modo particolare dei lavori di R. Roussillon sulle simbolizzazioni primarie, “simbolizzazioni plurali”6, lavorando in modo simultaneo ed eterogeneo, in una diversità dei registri psichici, le simbolizzazioni dette primarie lavorano diversamente di quelle del lapsus, del sogno o della parola spirito. Ognuno di questi segna une certa qualità del funzionamento delle istanze intra psichiche7 , mentre le simbolizzazioni primarie si caratterizzano da tre ordini di fatti:
- Sono ancorate nella sensibilità psicofisica e nell'affetto ed operano a partire delle tracce mnesiche percettive, la cui riattualizzazione sensori – le percettiva “allucinatoria” nella cura permette di ritrovare la fonte delle prime matrici significanti, chi si possono qualificare come tracce, forme, movimenti di energie,8
- Esse si dispiegano non nell'intrapsichico ma nello spazio intermediario o di transizione, tra soggetto e oggetto, e richiamano imperativamente la presenza e le capacità di trasformazione dell'oggetto analista.
- Esse si auto-simbolizzano, mentre lavorano a simbolizzare, contribuendo così in modo centrale alla costituzione dell'identità e all'autorappresentazione.9

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Freud apriva questa strada, nella conclusione del suo testo del 1937 « Costruzioni », poi l'anno dopo in “Il clivage del Io nel processo di difesa”, mettendo l'accento su “un fenomeno sorprendente e prima incomprensibile”: il sorgere come risposta ad una costruzione dell'analista, di “ricordi molto vivaci”, nettissimi, “quasi vere e proprie allucinazioni”, esprimono il ritorno di “un evento dimenticato dei primissimi anni, di qualcosa che il bambino ha visto ho sentito ad un'epoca in cui sapeva appena parlare. Freud 1938)...
E' così che la percezione, l'allucinatorio appaiono come portatori, contemporaneamente alla rimozione, di un potere storico, di una verità emergente da prima del linguaggio…
Pluralità delle simbolizzazioni quindi, ma abbiamo capito che, facendo così, siamo passati da un modello “nevrotico” della cura nel quale lo spazio dell'intrapsichico e il funzionamento delle istanze contribuiscono al lavoro di ricordo del passato rimosso, ad un modello di cui Bollas ha dimostrato chiaramente che era ben diverso, un processo che lascia un posto maggiore all'oggetto trasformazionale che rappresenta l'analista, perché i fatti “storici” diventino degli elementi psichici, degli oggetti di riflessione, oggetti mentali che si uniscono anche loro con altri oggetti mentali per costituire delle catene di significati incrociati che arricchiscono la vita simbolica di un individuo ».
Febbraio 2008-02-09 Parigi