Tendiamo ad interpretare i cambiamenti
che intervengono nella soggettività moderna, da testimoni che le
orme di Jacques Lacan, come gli effetti del rimaneggiamento imposto
al legame sociale da parte delle scienze e dalle tecnologie di punta,
la cui pressione si accentua sempre di più.
Per quanto riguarda le “scienze umane”,
il modello scientifico era quello della linguistica. Freud ne aveva
scoperto e formulato le leggi e le operazioni in azione (suddivisione
e condensazione attraverso metafore e metonimie) e questa disciplina
affermava il suo campo e il suo obiettivo con Fernand de Saussure. Oggi non è più così. Il modello che
di fatto ha preso il sopravvento sulle scienze dell’uomo, come ha
notato recentemente Charles Melman, non è più la linguistica ma
la neurobiologia. Addio significante, ecco il segno.
La parola si ritrova allontanata per
fare spazio alla comunicazione, e non senza conseguenze.
In assenza di contributi scientifici di una e dell'altra, si può
dire che una soggettività che non risentisse di un certo effetto
e di un certo vantaggio, pur conservando il suo piatto pulito, otterrebbe
una vita materiale e sociale sempre migliore, grazie alle ricadute
di conoscenze sempre più efficaci. Se poi la preminenza delle conoscenze
scientifiche, delle conquiste e invenzioni tecnologiche che permette,
vale ormai come nuova istanza del Maestro, certo questa non rimane
senza conseguenze per quanto riguarda lo statuto del soggetto, il
suo rapporto rispetto alle conoscenze e al piacere. La scienza si impone ai diversi rapporti
sociali, lo abbiamo appena accennato con la neurobiologia che sussegue
la linguistica per le scienze così dette umane, e li ribalta come
l’aratro lavora il campo. Questo nell’arco di una generazione.
La stessa situazione si presenta per
quanto riguarda l’avvenire della nostra clinica: la psicanalisi
si ritrova messa da parte, insieme alla sottrazione di carica che
intacca il campo del linguaggio e alla perdita di stima che riguarda
la funzione della parola. E il nostro psicodramma? La sua validità
si può mantenere?
La domanda mi sembra doppia: da un lato dobbiamo interrogarci sul
dispositivo e il funzionamento di questo apparato così com'è ora,
dall’altro dobbiamo valutare la nostra pratica clinica, considerare
se questa possa pretendere di accogliere e mettere al lavoro il
soggetto di questa modernità, attraverso situazioni certe e rispettando
le sue aspettative.
Per quanto riguarda il primo punto,
bisogna interrogarci sulle modifiche che la SEPT e i suoi fondatori
hanno introdotto nello psicodramma rigorosamente moreniano, modifiche
che valgono un rimaneggiamento, e chiarirle nei loro possibili rapporti
con la soggettività moderna. Questo interrogativo è necessario rispetto
a quanto Moreno ha creato, inventando lo psicodramma come risposta
alla prima grande crisi della modernità che fu il periodo della
prima guerra mondiale. Poiché, quella di cui ci occupiamo ora, se
è vero che ha le sue proprie caratteristiche, non è comunque la
prima, diventa interessante interrogare lo psicodramma, in quanto
risposta terapeutica proposta dal suo inventore alla prima crisi.
Per quanto concerne il secondo punto,
la nostra pratica in relazione alla soggettività moderna, procederò
ricordando alcuni elementi per valutare la possibilità d’una clinica
del soggetto e dello sguardo, come risposta alla proliferazione
degli sguardi nella nostra modernità. Dunque, con lo psicodramma, Jacob Lévy
Moreno ha risposto alla modernità della sua epoca, ma si può dire
che l’ha fatto contro la modernità, oltre che contro
la scienza, e quindi contro la psicanalisi, che criticava
vivacemente e dalla quale si allontanava in modo non proprio inosservato.
Non può lasciare indifferenti gli attori dello psicodramma
il fatto di rilevare che il padre dello psicodramma, colui che l’ha
inventato e lo ha nominato come tale, fece la sua opera in risposta,
certo, al trauma della modernità della sua epoca, ma anche e, soprattutto, come reazione contro la scienza, in particolare quella
che Sigmund Freud stava per fondare seguendo la scia delle scienze
esatte, sforzandosi di applicarvi un approccio razionale come la
matematica, la fisica, la logica. Potrei esprimere le cose enunciando
che Freud è stato un attore della scienza, lì dove l’opera di J.L.
Moreno traduceva tanto il trauma della sua epoca quanto una ricusazione
delle scienze in nome della “vita reale”. Questo fatto non può che chiamarci
in causa. E non possiamo che interrogarci sul dispositivo dello
psicodramma, creato per oltrepassare l’ipotesi dell’inconscio, da
parte di chi protesta e fa il processo alle conoscenze del suo tempo.
Da J.L. Moreno abbiamo ripreso lo psicodramma,
ma solo questo. In più, pretendiamo di fare psicodramma senza Moreno:
cioè non contro, ma diversamente. La sfida è sicuramente di ottenere
una pratica freudiana partendo da un apparato impostato come anti-freudiano,
sia per quanto riguarda la concezione che per quanto riguarda la
sua messa in atto originale. Senza Moreno, dunque, una clinica freudiana
con lo psicodramma? J.L. Moreno voleva ripartire dal gruppo,
dall’azione, dall’ hic et nunc. Questo come insurrezione
contro, rispettivamente, la parola, il transfert, il linguaggio
e l’inconscio. Abbiamo sostituito l’azione moreniana,
spontaneità, improvvisazione, hic et nunc, con una
clinica freudiana elaborata a poco a poco dai fondatori
della SEPT: cioè un lavoro al capezzale del partecipante – prendendosi
carico di quello che evoca e attesta d'aver vissuto - per la rappresentazione
drammatica e la messa in scena di quest’ultimo. E’ una clinica che per questo è qualificabile
come freudiana, che non è dunque moreniana, che però non è corretto
qualificare come analitica. Infatti, una clinica analitica si elabora
in quanto tale al capezzale di un divano. Almeno nelle condizioni
del segreto, e con una regola di libera associazione come garante
d’una posizione d’ascolto e d’interpretazione; questo vale, se il
paziente lo permette, come una posizione di “faccia a faccia”, temporanea
o meno.
A questa posizione analitica corrisponde un luogo
Altro, sgomberato da qualsiasi atto reale, sessuale certo,
ma anche di ogni azione che instaura una vita reale tra due protagonisti
del lavoro transferenziale della cura. La nostra clinica può essere definita
come freudiana in quanto si elabora al capezzale soggettivo del
partecipante, della sua costellazione familiare, professionale e
sociale, e in uno spazio, in un luogo - quello della seduta - vuoto
di ogni azione di realtà, collettiva o duale; svuotato di qualsiasi
compagno della vita reale del partecipante, come anche di ogni punto
d’appoggio basato sui legami reali intessuti tra i partecipanti
presenti.
Ne ricordo i tratti essenziali. Il campo del piccolo gruppo moreniano è pieno, inter-relazionale; è quello di una realtà e di un piacere,
condiviso, che vuole essere catartico. Lo sostituiamo con un legame realmente
strutturato intorno a un vuoto centrale. Questo vuoto esprime e
sostiene il fatto di mettere da parte ogni azione, pretendendo di
fondarsi su una così detta verità gruppale vissuta qui e ora, che
in realtà è un piacere. Sostituiamo questa “azione di realtà”
con la rappresentazione di quello che non c’è e che è altrove. La
“realtà” del partecipante quindi non è rappresentata, al centro,
e non è condivisa direttamente in un agire insieme. Il solo “agire insieme” che è in uso,
è quello che consente di passare tramite la parola (la narrazione),
cioè un messaggio verbale interrogativo, in una forma dialogata
con il praticante. E visto che abbiamo, tra l’altro, abbandonato
il ruolo del “direttore del gioco” moreniano, che si tiene fuori
dal discorso, le condizioni d’implicazione di ciascuno in un lavoro
soggettivo - sostenuto dal praticante e assistito da qualcuno dei
partecipanti - sono riunite.
Infatti, per permettere una clinica
corretta basta non procedere più alla forzatura del campo della
seduta tramite una suggestione d’interazione. Basta non pretendere
più di elaborare durante una seduta una neo realtà. E per questo
basta ristabilire le condizioni minimali d’astinenza per
quanto riguarda l’agire. Che si possa qualificare come freudiana
fa parte della responsabilità, dell’orientamento e dell’etica dello
psicodrammatista, cioè del desiderio che sostiene il suo atto. Queste condizioni devono essere create
e garantite dai due praticanti (conduttori o analisti, ndr.), e
solo allora ci prestiamo a una premessa d’azione: fare rappresentare
le circostanze precise d’un episodio vissuto, dato come fatto rappresentativo
della questione attuale del partecipante. Costui parla allora come soggetto,
come “io” che interroga la sua vita personale, e non come membro
del gruppo dei presenti. Senza sorpresa affrontiamo con lui i suoi
incontri reali con le Figure della sua storia personale, del suo romanzo familiare (secondo Freud), del suo teatro privato:
quelle stesse Figure con cui discute portandole con sé nella sua
nuova vita affettiva o sociale. In questa vita sociale nuova alla
quale ha accesso, emergono le ombre delle Figure della sua storia
che l’hanno accompagnato; la loro presenza fantasmatica, il loro
impatto insistente, fa si che ci sia uno sdoppiamento doloroso dei
semplici significanti-maestri che impongono il legame sociale e
presiedono ai nuovi incontri possibili. Ma questi significanti-maestri, queste
Figure dell’autorità, Moreno li ha ricusati, allontanandoli dal
dispositivo del suo psicodramma. Il suo psicodramma, così come l’ha
concepito e come l’orientava, prende spunto da questo rifiuto, isterico,
del significante-maestro (S1) (tanto quanto l’istanza del Padre),
sostituito con un gruppo di simili (S2). Da loro imparava a scartare qualsiasi
conoscenza dell’Altro presente nel linguaggio, il discorso, per
poi fidarsi solo del loro sapere narcisistico interiore, da ritrovare
in un apprendimento della spontaneità.
A tale scopo – come un isterico stanco
di fare appello ad un istanza svalutata – si è sostituito a questo
Maestro, in quello che lui definisce “una nuova alleanza”. E’ chiaro
che questa azione moreniana non è la nostra. Ecco quello che fa da richiamo un po’
affrettato ad un possibile rapporto tra l’orientamento di J.L. Moreno
e il nostro, ma anche d’un possibile confronto – anche se limitato
- tra il rapporto di Moreno in confronto alla modernità del suo
tempo e il nostro possibile contributo alla modernità attuale. Ricordiamoci che il tentativo di Moreno
fu di restaurare attraverso una alleanza un “nuovo” legame sociale,
di non avvalersi più di un legittimo Altro ma di seguire solamente
una conoscenza interiore propria a ciascuno. “Tutti gli antichi valori sono stati
distrutti per delle buone o cattive ragioni e nuovi valori sono
stati creati per sostituirli”, ha potuto scrivere, nella introduzione
della sua Psychothérapie de groupe et psychodramme, per aggiungere: “Siamo stati costretti, dal contesto storico, a riprendere la
costruzione del mondo”. Partendo da questo legame sociale,
si capirà la religiosità unificante e massiccia che ne costituisce
il cemento.
Per quello che ci riguarda, la SEPT
si è accontentata di riprendere la metodologia dello psicodramma
lasciando da parte tutto il resto, e questo per riprenderne la logica
al contrario. Ciò premesso, resta una domanda: la nostra pratica
dello psicodramma è pertinente di fronte alle difficoltà soggettive
prodotte dalla nostra modernità? Per questo secondo punto, e prendendo
l’esempio dello sguardo, evocherò alcuni aspetti scientifici del
funzionamento dello psicodramma di appartenenza freudiana. La questione dello sguardo può essere
preso come emblema di questa clinica della rappresentazione soggettiva,
che è diventato lo psicodramma che pratichiamo, perché la nostra
modernità è quella di una proliferazione di oggetti, e lo sguardo
come oggetto di piacere è sollecitato e rilanciato dalle immagini
schematizzate, esposte e diffuse senza tregua. Del nostro sociale, tutto o quasi tutto è visualizzato in uno spettacolo - e con questo anche noi stessi.
Ebbene, là dove appare l’oggetto, è proprio il soggetto che scompare. Dunque, ecco qualche punto di riferimento
per una possibile clinica dello sguardo.
Il primo concerne l’assistenza, il collettivo presente durante seduta.
La nostra pratica introduce uno sfasamento
nella reciprocità immaginaria, che è l’ordinario della nostra
vita sociale. Questa reciprocità moltiplicata, e condivisa, torna
in primo piano non appena s’instaurano e si coltivano delle relazioni
di gruppo. A loro volta le relazioni s'installano non appena una
regola d’improvvisazione, che prende spunto da temi comuni, conduce
gli scambi nella direzione d’un immaginario come agente, e gli scambi
diretti come modalità di lavoro. Per quel che ci riguarda, utilizziamo
una rappresentazione drammatica, cioè uno schermo, non appena una
relazione duale diretta si dirige troppo nella direzione di una
interlocuzione compresa tra un partecipante e il praticante che
anima la seduta. In altre parole, maneggiamo sia la
rappresentazione drammatica e l’eventuale rinvio della parola verso
l’assistenza come un mezzo per rimediare alla relazione duale,
cioè per scartare ogni cattura della sua propria immagine nel piccolo
altro.
Per quanto riguarda l’assistenza, una
seconda osservazione può essere fatta e consiste in questo: non
lasciamo mai che l’assistenza presente possa scivolare, in silenzio,
verso quello che sarebbe la parte e la funzione implicita di uno sguardo onniveggente, muto, e quindi da super-io, sul protagonista
che si espone. E questo tramite il semplice funzionamento del
discorso dell’assistenza, del quale il praticante è il supporto
e colui che si occupa di rilanciarlo. Dello sguardo di ogni membro del gruppo,
volto al partecipante, sarà richiesta una parola personale, diretta
a mo’ di risonanza, di rilancio e di differenza. Non c’è un muro
cieco di sguardi muti, ma una successione di voci, sguardi e di
corpi reali che smentiscono un eventuale sguardo onnipotente. Aggiungiamo
che al posto di questo sguardo, strapiombo dell’insieme dello spazio,
che costituisce l’unità di ogni seduta - nel posto che Moreno occupava
personalmente da un balcone, in quanto direttore del gioco - si
ritrova, in alternanza, uno dei due attori dello psicodramma responsabili
della seduta. Egli non manca, a sua volta, a fine
seduta, di rendere conto, tramite la parola, del lavoro che si è
svolto sotto i suoi occhi; questo secondo il suo particolare ascolto.
Bisogna capire che questo ruolo dello sguardo si rivela sottomesso
a una voce e a una parola concreta, che manifesta la sua implicazione
assumendo un ritorno retro-attivo attento ai discorsi sostenuti
da ognuno dei soggetti; non un silenzioso divorare, nella posizione
troneggiante, al posto di un Ideale dell’ Io che sarebbe comune
La nostra pratica mi sembra che permetta così di smentire le
funzioni dell’occhio del Maestro. Intendo con questo, d’un lato, parlare
del ruolo dell’osservazione, con la valutazione che indica la fine
della seduta. Questa carica è maneggiata da ognuno dei due praticanti,
alternativamente e senza gerarchia, per restituire il loro lavoro
ai partecipanti che avevano preso questo impegno; senza voler lasciare
il timbro né di una conformità a un Ideale di Maestro, né di un'unità gruppale che si sostituisce al soggetto concreto.
Dall’altro lato mi riferisco al ruolo
dell’animazione, qui considerata come sostegno del discorso
dell’assistenza. L’animazione orienta il lavoro e l'interlocuzione
in modo da opporsi a ogni cristallizzazione in una catena gruppale
omogenea, che partirebbe da una interrelazione duale per diffondersi
a poco a poco. Per fare questo, il praticante dispone, con la sua
parola, di differenti tagli e riorientamenti; quello che consiste
nel rilanciare l’interrogazione ad altri, quello del rilanciare
la stessa interrogazione ad altri in modo diverso, e quello che
invita a passare alla rappresentazione di un proprio vissuto, di
un fatto personale. E’ ben visibile qui come l’evocazione
d’un fatto di questa realtà, esterna e appartenente al vissuto del
soggetto, introduca una nuova carta: il referente non è più interno,
è un reale esteriore sul quale tutta l’attenzione si sposterà di
conseguenza. Possiamo constatare che gli atti, appena
rilevati come attesi dal praticante nel nostro orientamento freudiano,
valgono come ritagli, sospensioni e interruzioni dell’ agire
- anche silenziosi - e della complicità del piacere gruppale.
Il nostro passaggio dall’azione alla
clinica si fa dunque per mezzo d’un invito, anzi di un’ incitazione
all’astinenza. Riprendiamo “al contrario” la pratica
di Moreno e ci troviamo effettivamente contro corrente rispetto
ai metodi gruppali analitici ,oppure non, nella loro intitolazione,
i quali si lasciano perpetuare o coltivare, nella loro pratica,
e ci sforziamo di sottometterla ad un lavoro scrupoloso e che sia
fermo nei tagli.
Non ci resta che illustrare un ultimo
punto, forse il più importante, che riguarda lo sguardo e il piacere
senza taglio del quale è portatore: vale a dire la rappresentazione
psicodrammatica tale e quale, sia sotto l’aspetto della separazione
tra soggetto e l’immagine di sé, sia sotto l’aspetto dello sguardo
propriamente detto. Lo faremo brevemente. La messa in gioco nell'atto dello psicodramma,
per il fatto della presa del ruolo che comporta, causa uno scarto
tra il soggetto e la sua immagine. Il soggetto, nel momento in cui
si profila come protagonista principale della rappresentazione,
si sdoppia dal partecipante che è nella seduta attuale. Incarnando il proprio ruolo passato
e la persona che è “in quel momento”, cioè nelle circostanze che
lui evoca, egli è e non è quella “persona”; la sua immagine, la
sua parola e il suo sguardo da quel momento sono altri da quelli
che sono suoi attualmente. Nello stesso modo l’ausiliare del gioco
- “l’ego ausiliare” - incarnando la Figura della sua storia, non
presenta l’immagine reale di quest’ultima, né la sua voce, né il
suo sguardo. Il partecipante, nel gioco, si ritrova
alleggerito dal passato, condotto com’è dai suoi interrogativi attuali,
da uno sguardo interiore un po’ sfasato rispetto a quello relativo
all’episodio vissuto; scartato ugualmente da quello che l’economia
degli scambi di gruppo cattura, essendo questi ultimi colmi di specularità e di costrizioni inerenti alla locuzione diretta. In questa prospettiva, possiamo considerare
il gioco psicodramma, così orientato, come un qualcosa che può
portare il partecipante-protagonista alla rovina del suo personaggio
nell’episodio da lui evocato. Il personaggio-protagonista è portatore
del solo reale preso in conto, riprodotto al meglio nella parola
del partecipante, puntellato e ristretto nella rappresentazione
psicodramma.
Traumatismo, incontro sbagliato, atto
mancato; questo reale ha lo statuto di unico referente del lavoro
in corso, visto che gli altri personaggi rappresentati attraverso
gli “ego ausiliari” sono virtuali. Come protagonista della rappresentazione,
il partecipante ha così a che fare con la coppia del suo personaggio
e dell’evento passato. L’immaginario qui al lavoro risulta scollato
dallo speculare diretto della seduta, come il soggetto lo è della
sua propria immagine. Questo sfasamento è reso possibile
da uno sdoppiamento dello spazio; lo spazio della seduta, scisso
tra lo spazio dell’assistenza e quello della rappresentazione. Quest’ultimo
non è solamente visivo, ma rinvia, come uno schermo semi-trasparente
a un altro spazio, non speculare, bensì rappresentante di qualcosa
del soggetto, e, come tale, governato dalla parola. Lo sguardo è
sospeso, interrotto, pendente tra specularità ed evocazione. La nostra clinica mi sembra in questo
suscettibile di pacificare la voracità dell’oggetto, di togliere
o di alleggerire l’occultamento e la cattura che quest’ultimo provoca
sul soggetto.
Può effettivamente indurre a scartare in qualsiasi
circostanza essenziale, l’incollatura del reale di piacere (oggetto
dello sguardo) all’immaginario del corpo (a). Queste circostanze sono le scansioni
delle parole nell’ascolto e sono rese possibili seguendo i tre stacchi successivi del processo della seduta: dal
gruppo al discorso d’un assistenza limitata; da quest’ultima alla
rappresentazione discorsiva d’un partecipante; ed infine al gioco
psicodrammatico. Un tale tragitto del lavoro discorsivo
può condurre a momenti di traversata, da parte del soggetto-partecipante,
delle due formazioni sulle quali il suo sguardo è imperniato e dalle
quali viene accecato: quella della specularità visuale (in gruppo)
e quella della realtà dell’episodio vissuto. Nel primo caso, sguardo e immagine
di sé (a) nell’altro, come specchio, sono messi in continuità, scivolando
verso una tonalità o d’inibizione, tramite identificazione, oppure
di persecuzione.
Nel secondo caso, data la posizione del soggetto,
incollato al personaggio portatore del Grande Ideale dell’ Io della
sua storia, la relazione può prendere una consistenza paranoica
o distruttiva. Ci sembra che la nostra clinica tenda
a togliere qualche spessore alla tela troppo consistente dello schermo
del nostro immaginario. Quello al quale possono contribuire gli
altri partecipanti, alcuni di loro proponendo delle rappresentazioni
a mo’ di risonanza, e che hanno come effetto di traforare una finestra,
“uno sguardo”, come si suol dire, diverso del partecipante precedente
e di quello che seguirà.
Senza copioni né autori, senza visione
unificante né sguardo onnisciente, distinto dallo speculare, la
tela ogni tanto si fa velo, diviene più leggera. Si riesce ad intravedere
con un sol colpo d’occhio attraverso questa stoffa. Uno sguardo
è lanciato. Eliso lascia spazio un attimo al soggetto. Poi la finestra
si richiude.
Ecco, credo, un tipo di operazione
che può avere qualche effetto di disalienazione, per noi sudditi
della modernità.
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