Transfert ed elaborazione
La questione del transfert è stata oggetto di un grande interesse teorico e clinico nella storia della psicanalisi, tanto che la stessa definizione di transfert ha avuto diverse interpretazioni. La scoperta stessa della sua esistenza e delle sue qualità particolari non è risultata indolore. E' nota la fuga di Breuer dalla sua scoperta : la potenza che aveva inconsapevolmente risvegliato gli divenne insopportabile e lo indusse a fuggire dalla gravidanza di Anna O..
Da quell'episodio isterico Freud trasse una definizione del transfert: “copie degli impulsi e delle fantasie che devono essere risvegliati e resi coscienti durante il processo dell'analisi, in cui però ad una persona della storia precedente viene sostituita la persona del medico”. E' così che possiamo dire che molte delle esperienze psichiche che caratterizzano la vita dell'analizzante sono ( proiettate) rivitalizzate, quali relazioni attuali , sulla la persona del medico.
Tali aspetti del transfert implicano quindi che le rivitalizzazioni attuali delle antiche esperienze assumano dei connotati riguardanti oggetti del passato, ma che abbiano a riguardare proiettivamente il rapporto attuale con l'analista. La forza di queste nuove traduzioni è l'elemento che ha contraddistinto la ricerca teorica di quanti su ciò si sono interrogati.
Nell' Introduzione alla psicoanalisi , lezione XXVIII, Freud – dopo avere presentato un aspetto d'utilità della traslazione, in altre parole quello dell'accordo terapeutico, atto a mettere in collaborazione analista e analizzante – affronta la questione in questi termini: ” L'intera neoproduzione della malattia si riversa su un solo punto, ossia sul rapporto con il medico ”.
Un aspetto fondamentale di questo concetto riguarda la questione della risoluzione/liquidazione del transfert, nei termini della sua elaborazione concernente l'attualizzazione dei sintomi: " Allora non è inesatto dire che non si ha più a che fare con la precedente malattia del paziente, bensì con una nevrosi di nuova formazione e profondamente trasformata, che sostituisce la prima. Questa nuova edizione della vecchia malattia noi l'abbiamo seguita fin dall'inizio, l'abbiamo vista nascere e crescere e in essa ci raccapezziamo particolarmente bene perché al suo centro, come oggetto, siamo noi stessi. ...
Domare questa nuova nevrosi artificiale significa però anche eliminare la malattia portata nella cura, significa risolvere il nostro compito terapeutico.
Colui che nei rapporti con il medico è ormai diventato normale e non è più soggetto a spinte pulsionali rimosse, tale resterà anche nella vita privata, quando il medico sarà uscito di scena".
La questione di come il transfert è affrontato diventa fondamentale nel condurre l'analizzante al saper lasciare l'analista ed è, inoltre, fondante di come il “lascito” dell'analista è ritenuto dal soggetto.
L'analisi – nel senso dell'esperienza dell'attraversamento del sintomo – ha come portato d'eccellenza l'esigenza della trasformazione del legame con l'analista, proprio poiché costui non è che lo schermo che riceve le proiezioni dei fantasmi dell'analizzante. Tralasciando gli aspetti legati al controtranfert dell'analista – cioè tutte le proiezioni di quest'ultimo sull' analizzante (che non possono essere che elementi per la lettura terapeutica del caso clinico), possiamo affermare che l'uscita dall'analisi è condizionata dall'uscita dagli elementi della traslazione: l'analizzante attraversa il suo fantasma proprio perché l'affronta attualizzato nella sua nuova nevrosi di transfert. L'analista è quindi la condizione di una nevrosi di nuova edizione, la cui elaborazione trascina all'uscita dalla fissazione al sintomo. E' inoltre chiaro che quell'esperienza ha di per sé un lascito formativo che ha a che fare con l'analista e con la sua funzione, ma che però ne rappresenta l'aspetto “in più”, consolidato nella soggettività dell'analizzante.
Psicoanalisi e stile
Le riflessioni precedenti riescono probabilmente a inquadrare una elaborazione teorica, ma intendo far sì che trovino anche un elemento di appoggio e di ulteriore approfondimento attraverso il testo della e-mail di un'analizzante.
Ella conferma l'elemento più importante della ricerca teorica circa il transfert che, se è certamente una seria questione di resistenza all'analisi – in quanto sposta in un oggetto attuale (l'analista) la complessità dei sintomi in gioco -, è altresì un registro ineludibile per il lavoro analitico.
In un'analisi la funzione dell'analista non può prescindere dai fantasmi che suo malgrado suscita, tanto che, non potendo questi ultimi essere evitati, debbono invece rappresentare l'aggancio per la rimessa in gioco progettuale e contingente della libido dell'analizzante.
Questo lavoro di elaborazione investe appunto l'analista e ne chiama in causa il suo saperci fare un l'inconscio (non escluso il proprio); si tratta infatti di “ avere proprietà” intorno al bandolo della matassa.
Torino, maggio 2006
a: Franco Quesito
Nella vita tutto ciò che accettiamo veramente subisce un cambiamento.
Katherine Mansfield
Colgo il suo invito e provo a spiegare a me e a lei il significato di uno dei sogni più belli che ricordo di aver fatto, forse il più bello. Merita di essere definito attraverso la mia particolare interpretazione, così come io lo interpreto e senza troppe pretese. Indirizzo a lei le mie riflessioni perché ho molte ragioni per pensare che proprio a lei si rivolga oltre a me. Ho fatto questo sogno nella notte successiva ad una nostra seduta (fra il 16 e il 17 maggio), durante la quale per la seconda volta, dopo che mi ero ripromessa di voler parlare con lei degli scritti riguardanti il mio quaderno, ancora non ero riuscita a farlo. Per ben tre settimane spesso ripensavo a quello che era successo, cioè al fatto che avevo preso la decisione di renderla partecipe attivamente di ciò che facevo da parecchio tempo: scrivere rivolgendomi a lei come se potesse ascoltarmi, quando invece così non era perché quel che trascrivevo rappresentava solo una necessità di liberarmi, anzi di appagarmi senza rischiare nessun confronto con lei. Come lei saggiamente mi ha fatto notare, equivaleva a delegare ad una terza persona, in questo caso ad un quaderno, la mia necessità di comunicare con lei. Questo per me certamente rappresentava una possibilità anche piacevole di sfogare un mio bisogno ma rimaneva pur sempre una fantasia.
Una fantasia fine a se stessa e non fine a me stessa.
Quella sera all'uscita dal suo studio, ero molto arrabbiata con me. Ho camminato parecchio ma non è servito. I pensieri non se ne andavano via attraverso i piedi durante il cammino, come diceva Milena Jesenska ad un suo amico, invitandolo a camminare per ore ed ore quando l'ansia per certi pensieri disturba e confonde la mente. A casa non riuscivo a pronunciare neanche una parola. Per tutta la sera sono rimasta chiusa in un mutismo quasi sacro per una verso e isterico per un altro, come se volessi punirmi per non aver colto la possibilità che avevo avuto di parlare senza averlo fatto. Così durante la notte, ho fatto questo sogno:
Un sogno "matrioska". Nel sogno mi svegliavo da un sogno e ricordavo a memoria
una lunghissima poesia.
La ripetevo continuamente, mi rendevo conto di essere in un sogno e sapevo che l'avrei dimenticata risvegliandomi, così continuavo a ripeterla mentre cercavo il modo di trascriverla.
Ma ero triste e quasi disperata: anche se fossi riuscita a scriverla da qualche parte, mi sarei comunque svegliata e l'avrei persa. Quindi resistevo, la ripetevo, trovavo un giornale
e in un ultimo tentativo, trascrivevo quello che riuscivo.
Mentre trascrivevo i primi versi, già mi rendevo conto di dimenticare il resto, quindi ancora di più mi disperavo: al mio prossimo e "vero" risveglio, non sarebbe rimasto quasi nulla.
Mi sono così arresa, ho ceduto al risveglio convincendomi che era l'unica cosa da fare per uscire da quella empasse e sperare di ricordare qualcosa nella realtà.
Ero perfettamente consapevole di essere in un sogno. Ricordo pochi versi della lunghissima poesia che era molto bella, simbolica e profonda.
"Io la morte, tu la neve,
io l'abbandono, tu le parole,
io il cammino, tu l'abbandono"
Un sogno tutto simbolico, in cui metto alla prova la mia memoria e in cui l'unica immagine è rappresentata da un giornale, un quotidiano, che come giustamente lei mi ha fatto notare, è l'elemento che permette di identificare il giorno e quindi anche la situazione cui si riferisce il mio sogno. Nel sogno non mi vedo, come succede in altri, invece mi sento e sono occupata soltanto a ripetere a memoria dei versi di una poesia. Questo mi fa pensare al tipo di modalità con cui la mia mente sviluppa i pensieri che riguardano le persone, anzi direi "la persona" che diventa per me particolare e per la quale provo dei desideri. Fantasie in cui mi sono rifugiata da sempre e alle quali ricorro senza fatica, proprio come se le conoscessi a memoria, quando la realtà che vivo mi disturba o la percepisco come un impedimento alla realizzazione di desideri che, di fatto, non tengono realmente conto di quella che è la "vera" realtà. Nel sogno mi sento così come nella realtà quando fantastico, mi "sento", sento la voce dei miei pensieri. Ho avuto bisogno di un doppio sogno, proprio perché le mie fantasie, lì rappresentate dalla lunga poesia, ricordano proprio il mio modo di sognare da sveglia. Ho sempre faticato ad uscire dai miei fantastici pensieri per far ritorno alla realtà, proprio come nel sogno in cui ho paura di dimenticare e di non riuscire a tornare ad afferrare la memoria della mia fantasia.
Per questo nel sogno trascrivo come ho fatto sul quaderno, per paura di dimenticare.
Al risveglio, ricordo solo tre versi. Ma posso dire "solo"?
Sono tre le letture che mi vengono in mente. Tre come i versi che il mio inconscio ha voluto portare alla mia coscienza attraverso delle emozioni e delle parole, che hanno ognuna più di un significato. Le prime due sono forse il frutto anche di fantasie, sono riflessioni successive. È la terza che considero la più importante, la più utile, nella quale riconosco la portata del messaggio del sogno, cioè l'invito ad apprezzare la realtà.
La prima si riferisce al primo sogno, quello da cui mi risveglio pur rimanendo in un sogno dove "io" è la mia coscienza e "tu" è il mio inconscio.
Il sonno, si può paragonare ad uno stato di "morte", che mi permette di inoltrarmi e di raggiungere l'inconscio che immagino essere come la neve che ricopre tutto e che rilascia lentamente un alimento che riporta la vita. Nel sonno, mi "abbandono", non sono più in grado di esercitare da sola delle scelte, lascio al mio inconscio il diritto di esibirsi e di esprimersi con delle "parole".
Il "cammino" rappresenta il percorso che il mio inconscio fa per raggiungere la mia coscienza.
La seconda è riferita al secondo sogno che paragono al mio sognare da sveglia dove "io" è la parte di me fantastica e "tu" è la parte di me reale.
Rifugiarmi, nella vita reale, in una fantasia è come morire, è allontanarsi dalla vita. Tutti gli elementi, le situazioni che nei miei ricordi fanno parte della realtà, diventano come una neve, alimento alla mia fantasia. Il mio abbandono è totale e si affida alle "parole" che realmente ho udito, le quali diventano lo spunto che alimenta la mia fantasia, unico modo che trovo per ricaricarmi, per riprendere il "cammino", lasciarmi la fantasia alle spalle e affrontare la realtà quotidiana.
La terza lettura è quella riferita a ciò che ricordo al mio risveglio e che considero la più degna di attenzione perché riguarda la realtà, dove "io" sono io e "tu" è lei. Proprio nella "lettura" dei tre versi mi si aprono porte e finestre dalle quali posso vedere così tante cose da non riuscire quasi a descriverle. Ci provo, ma non garantisco di riuscirci, temo quasi di perdermi.
Questo è un primo insegnamento: la realtà costa fatica, a differenza della fantasia in cui tutto è permesso, ma è ripagata dal risultato che spesso si riesce ad ottenere e fra le due è quella che vale di più la pena di conoscere. Questo è solo uno dei molti desideri che posso considerare appagato dal sogno. Mi è costata molta fatica l'aver deciso di consegnare nelle sue mani il mio quaderno, ma è stato il primo passo verso quel confronto che sentivo necessario, lo desideravo. Mi costa fatica, ora, questa interpretazione, perché mi confronto con i limiti del mio modo di esprimermi e con i limiti che in generale fanno parte dell'esprimersi. Nelle mie fantasie non mi preoccupo tanto di farmi capire, quindi va tutto bene, quando non trovo le parole non è un problema, a volte ne basta "una" per farmi sentire "tutto".
La lunghissima sequenza di parole che ripeto infinite volte nel sogno, probabilmente ricorda le mie fantasie: stupende ma caotiche, insensate, parole destinate ad essere dimenticate. I tre versi che ricordo al risveglio invece, non sono insensati, anche se contengono solo dei simboli; sono chiari, leggibili e soprattutto indicano un percorso. Quel percorso che con lei sto percorrendo, dentro al quale mi sto "realmente" confrontando. In questo sento l'appagamento di un atro desiderio: quello di uscire dal vortice delle fantasie che la riguardano e che tutto sommato sono destinate a rimanere sterili, per questo dimentico. È vero anche che non vorrei farlo, resisto in un primo momento nel sogno a non volermi staccare, così come ho resistito per due volte nei nostri incontri a non voler parlare del contenuto del mio quaderno. Proprio questa resistenza che si manifesta anche nel sogno è sconfitta dalla determinazione e dal desiderio di svegliarmi, di uscire da un sogno che mi tiene in trappola. È un rischio, il rischio di perdere tutto, ma non ho scelta, se desidero che qualcosa rimanga questo può succedere solo svegliandomi, ritornando alla realtà.
La sorpresa che provo quando mi sveglio e ricordo il sogno ma non solo, ricordo anche i tre versi, mi ha permesso di provare una tale gioia che neanche lontanamente posso paragonare a quelle gioie che cerco con la fantasia!
La realtà è bella lo stesso. Anzi è ancora più bella della fantasia.
Questo è il significato del mio sogno "poetico".
Ma non sono ancora convinta che la ragione che ha determinato il mio rifugiarmi in innumerevoli fantasie che la riguardavano sia stata quella di non saper comprendere la bella realtà che si manifesta nella nostra relazione analista e paziente.
Credo di aver sempre percepito la sua bellezza, dimostrata dallo stato d'animo che ho riconosciuto spesse volte, per esempio nel fatto di non sentire, quando sono con lei, quella sensazione di solitudine che invece da molto tempo provo nel mio vivere. Piuttosto a partire da questo credo di averle attribuito altri poteri oltre a quello di riuscire a farmi sentire in comunione con lei e quindi non sentirmi sola. Penso di essere ricorsa a lei nelle mie fantasie per poter sopportare tutte le altre situazioni in cui in comunione non riesco a sentirmi e che si traduce nel senso di solitudine interiore che provo.
Tornando ai versi, cioè al prodotto del mio sogno, sono stupita da quanto siano simili al percorso che ha sviluppato il nostro lavoro e la nostra relazione, ma non solo, sembra proprio una simbologia della psicoanalisi. E lei ha ragione quando dice che il mio sogno è "rotondo".
La circolarità che si può riconoscere è data dall'alternarsi di due individui, "io", "tu", "io", "tu", e così via. Una possibilità di alternarsi che si ripete, fino a che è necessario. Ogni situazione, persona, patologia, presa in esame, una volta analizzata e risolta con successo, cede il posto ad una nuova ricerca, una nuova sfida ed il percorso circolare si ripete.
L'"io" e il "tu" che leggo nei versi, rappresentano con distinzione il mio e il suo ruolo.
Io dipendo da lei, perché di lei ho bisogno (e, purtroppo a volte lo manifesto a sproposito...).
Lei anche ha, in parte, bisogno di me; ma solo perché senza il mio contributo non le sarebbe permesso di esplicitare l'utilità e l'efficacia del suo ruolo e della sua professione. Nelle mie fantasie, ho confuso il suo bisogno, allargandolo, spostandolo su un piano diverso rispetto al quale siamo. I versi della poesia sono, a questo proposito, illuminanti.
Davvero quando sono venuta da lei la prima volta io ero come "morta", nell'animo, nello spirito.
La morte mi fa pensare alla terra. Lei, rappresentato come "la neve" ha davvero assunto quel ruolo protettivo e simbolico che fin da bambini ci insegnano: "il chicco di grano che sta nella terra ha bisogno di essere protetto e nutrito lentamente per potersi sviluppare al momento giusto, a primavera in tutta la sua bellezza, così potrà diventare a sua volta alimento per altri".
Davvero io mi sono "abbandonata" alle sue "parole" che sono sempre arrivate al momento giusto, cioè quando potevo comprenderle. In questo riconosco tutto il rispetto che lei ha dimostrato nei miei confronti e non solo, anche la sua pazienza nel sapermi aspettare, concedendomi tutto il tempo necessario. Per un certo verso è lei che mi guida, lei sa quando è il momento di darmi uno spunto o una spinta. Come nel nostro incontro precedente di notte del sogno, non ricordo l'esatto contesto del nostro discorso, lei mi ha detto con una semplicità disarmante: "lei è un'artista". Ricordo di aver annuito e di avere poi pensato nella mia passeggiata se davvero lei pensava questo di me. E se così era, come esprimevo il mio esserlo. Ho ricordato anche una canzone di C. Lolli, degli anni '70, "Piccola borghesia". Diceva: "vecchia piccola borghesia, per piccina che tu sia, non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia. Di disgrazie puoi averne tante, per esempio una figlia "artista", oppure un figlio non commerciante o peggio ancora uno comunista".
A lei piacciono le poesie. Pensa che io possa aver fatto questo sogno "poetico" per poterglielo raccontare e dimostrarle così che merito la definizione che ha dato di me?
Credo di non essere ancora nel terzo verso della poesia. Quello che rappresenta un mio desiderio, il desiderio di "camminare" e di lasciare a lei il compito di "abbandonarmi".
Il confronto, in ogni tipo di relazione, rappresenta la vera possibilità di una presa di coscienza, di espressione, di sviluppo, accettazione, cambiamento e crescita. La fantasia è comunque un processo creativo, non può essere evitata o troppo repressa, è ammessa, purché non diventi solamente un rifugio ma sia soprattutto finalizzata a rinforzare un atto creativo che si concretizzi nella realtà.
Concludo. Mi sono forse dilungata anche troppo ma credo sia servito.
Le sono molto grata, un caro saluto. A.
Conclusioni
Non è mai abbastanza messa in evidenza la parte imponente che nella costruzione della nostra teoria hanno le storie, le interpretazioni e le elaborazioni delle persone in analisi.