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"Il corpo e la parola nello psicodramma
di una formazione che,
pur se interminabile, termina"

di Luisa Mele

Si può dire dello psicodramma: “ credete di meno alle parole, credete di più al gesto”?

La giornata di formazione che conclude l’anno.

È la giornata di formazione conclusiva dell’anno, formazione che si svolge un sabato al mese, da settembre a luglio, per riprendere di nuovo a settembre. È una giornata di formazione diversa dalle altre, quella di luglio 2006, perché non si svolge nella sede romana di Apeiron, ma a Pescia Romana. Diversa non solo perché si svolge all’aperto, in mezzo ai pini, ma anche perché aperta a colleghi già usciti, da molti anni, dalla formazione, in cammino lungo strade soggettivamente individualizzate, comunque interessati, per etica professionale, a interrogare e rigiocare il proprio desiderio. Ma la giornata è particolare anche perché aperta a colleghi di altre formazioni analitiche, che abbiano comunque attraversato esperienze di psicodramma. Diversa, infine, perché da alcuni anni un drammaturgo psicoterapeuta, al quale lo psicodramma era sconosciuto, vive con noi l’esperienza, attratto dall’intricante rapporto tra lo psicodramma analitico e l’improvvisazione teatrale, tra psicodramma e testi teatrali, tra drammaturgia del testo e drammaturgia dell’inconscio. La lettura dello psicodramma nella sua metodologia, nella tecnica, nell’antropologia del gesto e della parola che gli è propria, fatta da un “turista non per caso”, ha creato e crea ogni volta nel gruppo quel sentimento perturbante che si genera quando si è dinanzi a ciò che vi è di più familiare e che tuttavia, con allegria, rende spaesati. I rimandi del nostro drammaturgo, che vede, per esempio, nel doppio, di cui non conosce l’esistenza e il senso, l’immagine dell’accoltellamento come nelle sequenze del film Orient Express –gesto che, come tutti i motti di spirito o le battute, muove al riso ma al tempo stesso apre ad un significante che apre ad altro significante, non solo sulla metafora di ciò che sta accadendo, ma anche su nuovi possibili significati del metodo dello psicodramma. Una giornata ancora più diversa quella di cui ci occuperemo nello scritto, perché non solo tutto il settino viene modificato, anche se ormai ritualizzato nel suo cambiamento, ma perché ci sono due terapeuti che chiudono la formazione, per proseguire in solitudine il proprio lavoro. Non è solo chi ha terminato il proprio iter formativo a separarsi dal gruppo, ma anche i didatti e il gruppo si separano da loro. Vediamo come avviene questa doppia separazione.

Descrizione della cornice in cui avviene l’ultima tappa del lungo percorso.


Nella formazione avviene prima l’esercizio clinico: la coppia dei terapeuti anima e osserva il gruppo in presenza dei tre didatti. Finita la seduta, il terapeuta esprime le difficoltà incontrate nell’ascolto. La didatta rimanda, presente ancora l’emozione quando l’ascolto si è chiuso, dove non c’è stato il passaggio al simbolico, se è stato colto il tempo per comprendere e il tempo per concludere ecc. Il terapeuta giocherà, dopo aver animato ed osservato, ciò che non ha potuto ascoltare, tornando nella posizione di paziente che fa una domanda rispetto al desiderio, così come nella sua funzione di terapeuta era il desiderio di essere in quella funzione ad essere interrogato. Un processo complesso, fatto di passaggi: dal gruppo di base a quello di secondo livello; dalla supervisione classica alla plurivisione di gruppo, al cartel dei piccoli gruppi di ricerca: tutti passaggi orientati all’operazione psicanalitica che rende possibile la formazione dell’analista, a partire dall’elaborazione del transfert come eclisse dell’ideale che lascia il posto all’oggetto della pulsione. Ogni terapeuta che ha animato ed osservato esercitando un’unica funzione terapeutica, porterà il mese successivo uno scritto in cui si occupa di se stesso.

Lo psicoterapeuta e il “caso” più difficile a se stesso.


È questa l’ultima creazione in ordine di tempo, perché è nell’atteggiamento di osservazione e di ricerca della didattica l’attenzione a quei passaggi che possano produrre in ogni soggetto in formazione un analista che si faccia “oggetto che causa il desiderio”, in una nuova impostazione della relazione tra domanda e desiderio, in cui il desiderio non dipende più dalla domanda, ma nemmeno la rifiuta. L’obiettivo è che la passe diventi permanente, come la formazione è permanente. Ogni soggetto che ha animato ed osservato, nel tempo cronologico di un mese costruisce un osservatorio di se stesso, creando un laboratorio psichico in cui rivive nel tempo dell’aprés-coup le emozioni provate o negate nella funzione del terapeuta, che in presenza si mette in relazione da inconscio a inconscio con la presenza di ogni soggetto del gruppo, nell’avventura impossibile di essere contemporaneamente in ascolto dell’inconscio del gruppo. Lavorando sull’assenza, nella solitudine, attraversa la metodologia della scrittura, così rispondente alla definizione di Freud dell’apparato psichico come macchina di scrittura, scrive di se stesso come il caso clinico più sconosciuto e gioca, in assenza, i giochi mancati in presenza.

Scritture in ascolto
.


Nello stesso tempo cronologico uno dei didatti, nella propria solitudine, scrive con quello spirito di ricerca che spingeva Freud a comunicare ogni scoperta, dopo tante osservazioni, soprattutto a Fliess all’inizio, e poi alla comunità scientifica che lo circondava, per il piacere della psicanalisi. Il didatta, con la sua scrittura, funziona come una sorta di “ascolto dell’ascolto” del posto dell’enunciazione da cui ha parlato il terapeuta. La formazione successiva inizia con la comunicazione dell’autoanalisi dei terapeuti che hanno condotto il gruppo e con la comunicazione teorico-clinica del didatta, con la finalità di mettere al lavoro il pensiero clinico di tutto il gruppo. Scritture destinate alla lettura, dunque sottoposte alle leggi dell’oralità, quali il ritmo, la durata, la gestualità. È in questa cornice che avviene la lettura del lavoro dei terapeuti che con questa comunicazione si separano dal gruppo e terminano il lungo percorso formativo. La creatività dello scritto clinico: questa presentazione, anche con i suoi aspetti dialettali, ha un ritmo e la forza di mettere in libertà la creatività, per lasciare giocare l’inesauribile legge della spontaneità umana. È la sorpresa proprio del linguaggio inconscio.

Breve profilo clinico

Il nostro terapeuta in formazione era già psichiatra e didatta in una scuola di indirizzo cognitivista. All’interno del percorso del gruppo di base come passaggio della direzione della cura, decide di dedicarsi ad una passione coltivata artigianalmente, senza trovare l’autorizzazione a farne una professione parallela a quella di terapeuta: seguirà una scuola per la creazione di fumetti e di sceneggiatura, e anche in questo campo farà il passaggio ad essere un professionista che vende le sue creazioni nel difficile mercato editoriale di oggi. È con questo scritto, che riportiamo di seguito, che il nostro terapeuta termina la sua formazione.

IL LUNGO ADDIO ALTRIMENTI DETTO CHI VE L’HA FATTA FARE A SOPPORTARMI

GIANCARLO: Buongiorno mi chiamo Giancarlo. Sono un fico della madonna ma sono molto malato. Siete fichi della madonna anche voi?

GIORGIO: Buongiorno mi chiamo Giorgio. Sono fico della madonna anche noi. Sono molto malato.

NICOLA: Ben arrivato Giancarlo. Io non sono un fico della madonna.

CORO FEMMINILE: Siamo tutte d’accordo

NICOLA: Caro coro femminile, non ho chiesto il tuo intervento.

CORO FEMMINILE: Va bene resteremo in silenzio per un po’, ma, per favore, abbassa un po’ la voce, non siamo sorde.

NICOLA: Dicevo, non sono un fico della madonna, ma un maestro ed un signore...

CORO FEMMINILE: Amo la luna ed amo il sole, professionista dell’amore

NICOLA: Silenzio grazie! Dicevo sono un maestro e faccio il super-Io di mestiere

SUPER-IO: Non puoi fare il super-Io di mestiere. Io sono un’entità astratta, vivo nella mente degli uomini, do gli ordini, detto le leggi, correggo le imperfezioni e meno bastonate che neanche te l’immagini. Tu al massimo puoi essere un’emanazione individuale ma come tutti gli altri sei dominato da una struttura psichica altra da te

NICOLA: Io sono maestro

FRANCESCA Grande: Nicola, falla finita

FRANCESCA Piccola: Nicolino, falla finitina.

GIANCARLO: Scusate, questo è il mio caso clinico. E’ la storia della mia terapia, non potete mica rubarmi la scena in questo modo.

CORO FEMMINILE: Oh, Giancarlo, hai proprio ragione. Ti ascolteremo con grande attenzione.

GIANCARLO: Coro femminile, ma anche con un pizzico di adorazione?

CORO FEMMINILE: Oh, Giancarlo, attaccati al tram!

GIANCARLO: Va bene. L’importante è essere chiari. Comunque questa storia del super-io mi fa venire in mente un paio di ricordi. Uno è il sogno del tram. Primo anno di psico-tram. La battuta è un doppio citato alla lettera da Marco Carusi. Spero che non mi chieda la sua parte di diritti d’autore per questo. Insomma, il sogno era il seguente: c’era un tram che andava avanti, su e giù per una strada che poteva essere tipo San Francisco.

FRANCESCA Piccola: Questo potrebbe essere un falso ricordo. A San Francisco ci sono stata io tante volte, è la città natale di Ben

GIANCARLO: Accidenti, non ricordavo che Ben Hur fosse ambientato a San Francisco. Con tutti questi remake hollywoodiani... dicevo... io ero attaccato ad una liana sospesa nel cielo e con questa raggiungevo il tram in corsa...

TULLIO E PAOLO INSIEME: Giancarlo, ti parliamo come membri a pieno titolo dei Fantastici Quattro. Stai facendo un casino micidiale. Il film di cui parli non è Ben Hur. Non è che stai facendo confusione con Spider Man?

GIANCARLO: O Fantastici Quattro fratto due, avete proprio ragione. Ma quand’anche fosse, che c’è di male? Mica l’ho fatto veramente, era solo un sogno. Insomma, arrivavo con la liana e mi trovavo ad atterrare preciso preciso tra la rotaia del tram e un burrone. Me la cavavo per un pelo e pensavo...

GIORGIO : Che botta di fortuna che ho avuto.

GIANCARLO: Esattamente quello. E insomma ecco il mio ricordo

SUPER-IO: Giancarlo (alzando la voce tipo Nicola) non provare a fregarci.

GIANCARLO: Poffarbacco

LUISA: Fermi tutti. Interviene la predica

TUTTI IN CORO: E ti pareva. Tanto ce l’aspettavamo.

LUISA: Non mi interrompete. Continua la predica. L’oro della psicoanalisi non va confuso con il succo di pomodoro della psicoterapia

TUTTI IN CORO: Be’, è vero. Però con un po’ di basilico, olio e due spaghetti

LUISA: La predica non è finita. Poffarbacco è un termini che attiene alla psicologia e quando dico psicologia lo dico con evidente disprezzo. Quando siamo qui bisogna parlare il linguaggio dell’altro

GIOVANNI RIVOLTO A FRANCESCA Grande: France’, l’altro chi? A me me pareva che oggi c’eravamo tutti.

GIORGIO: A Giovà, ma non l’altro così quello qualsiasi. L’altro grande con la A maisucola mica è una persona.

GIOVANNI: A no? E com’è fatto? Ma se vede quando passa? Me stai a fa’ venire un dubbio

GIORGIO: Com’è fatto? E che domanda, mica è facile. Prendi la cupola di San Pietro, la voce di Carmen quando è flebile che quasi non la senti, la sfuggevolezza di un gatto, l’ombra della luna, la maturazione delle albicocche, l’orecchio tagliato di Van Gogh, la lepre rossa e la volpe rossa e i fiori di ciliegio, il profumo di erba tagliata e il clangore di una macchina rottamata, le parole che non hai pronunciato ieri, il risveglio dall’incubo e l’ultimo bagliore delle luci che si spengono al cinema prima dello spettacolo. Forse è fatto così.

SUPER-IO: Già. Ma Giancarlo deve ancora dire qualcosa.

ATTIMO DI SILENZIO: E’ vero. Giancarlo mentre prendo io la scena pensa bene e quello che ancora ci dovresti dire. Prenditi il tuo tempo, medita, rifletti, ascolta.

GIANCARLO: Ho capito cosa vi aspettata da me. Volete che vi parli del Persecutore

SUPER-IO: Vai avanti così

ATTIMO DI SILENZIO: Prenditi il tuo tempo, medita, rifletti, ascolta

GIANCARLO: Il persecutore. Quello che ti tira le pietre nei sogni, ti accoltella nelle reni mentre ti rialzi dal fango, ti taglia le gambe, ti apre le viscere e le cuoce, ti spreme i testicoli come se fossero limoni, ti ruba l’amore, ti ruba il destino, ti ruba la voce. Ti insegue, ti insulta, ti impone i pensieri: malattia, vendetta, punizione, peccato. Colpa. Ostacola la difesa, azzittisce i testimoni, apre la bocca del giudice e vi infila il verdetto. Colpevole. Colpevole. Colpevole.

PAOLA : Giancarlo, guarda un po’ che scena hai sistemato.

ALESSANDRO: E no! Qui c’è un errore! Paola, questo intervento psicoanalitico che mira ad attribuire significato alla spazializzazione della scena nello spazio del gioco è destinato a me. Va bene che questo è il caso clinico di Giancarlo e io sono nato fantasmino e cresciuto fratello minore. Ma ora sono padre di famiglia e proprietario di cane tanto quanto Giorgio. Questo mi dà sufficiente diritto a reclamare “Date ad Alessandro quello che è di Alessandro e a Giancarlo quello che è di Giancarlo”.

LUISA: Giancarlo, non ti pare un po’ troppa autocelebrativa questa ultima battuta attribuita ad Alessandro.

GIANCARLO: Ehm. D’accordo, ci ho provato.

GLI EX SINTOMI DI FRANCESCA, GIORGIO E DI TANTI COMPAGNI DI GRUPPO DI BASE CHE ORA NON SONO QUI: Non ci provare

GIANCARLO: Scusate, chi vi ha invitato. Non siete desiderati qui.

GLI EX SINTOMI: Perché, pensi che i sintomi arrivino ad invito?

GIANCARLO: Veramente no, ma potevate lo stesso fare a meno di venire

GLI EX SINTOMI: Ingrato che non sei altro. Siamo qui in veste di reliquie, di oggetti da museo, di vestigia di un’epoca ingloriosa, di echi di sofferenza, di mancati discorsi diventati dolore. Pensa se non ci fossimo: potresti persino credere alle tue battute autoindulgenti, potresti rischiare il nostro ritorno

GIANCARLO: No, no, per carità. Fichi ai sintomi, pizza ai sintomi, vecchi ricordi che ora non abitano più qui.

GIANCARLO: Ho pagato i miei debiti, espiato per le mie colpe, riparato dove è potuto, lasciato i guasti dove pigrizia e incapacità mi hanno impedito di rimediare, ho ascoltato gli amici, amato e odiato, covato antipatie e cresciuto simpatie. Rifiutato lutti ed accolto molte morti, ho riso di me, ho riso degli altri, ho riso con gli altri ho riso con me, ho sparato quantità apocalittiche di cazzate e abbiamo bevuto caffè e mangiato pizza e scavato nei ricordi gli uni degli altri, seppellendo, smuovendo, smottando e ricomponendo. E ora posso salutare. Pacificato, posso salutare.

Brevi note sullo scritto

Il testo è stato rappresentato dal gruppo come uno psicodramma di nuova invenzione, in quanto non circolava la libera associazione, ma le persone sono state scelte dall’autore a rappresentare il dramma scritto come se fosse la rappresentazione di un sogno.

I personaggi, come sempre nello psicodramma, non rappresentano se stessi, ma l’uno sta per l’altro e tutto il gruppo è chiamato nel grande gioco in cui l’altezza dei pini parla della testimonianza muta dell’alto, del cielo, mentre i piedi di tutti, personaggi e spettatori, poggiano sulla terra, dimensione del profondo, come nei primi teatri greci. La magia di questa rappresentazione, che si distingue dal teatro perché non perde mai di vista la finalità clinica, consiste nel riuscire a drammatizzare le figure del transfert didattico. Le parole e le scene, legandosi tra loro, hanno prodotto emozioni e stati corporei.

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