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"Il gruppo nell'epoca del soggetto che contesta "

di Pierre Bourdariat

La sterminata letteratura sul gruppo (il piccolo gruppo, il comunitarismo...) è una risposta al cosmopolitismo ed allo spaesamento. Essi appaiono oggi difficili da mettere in discussione.

Il “piccolo gruppo” nasce con la seconda guerra mondiale e alla sua fine. I maggiori teorizzatori sono Bion e Foulkes in Inghilterra, preceduti da alcuni medici americani negli anni trenta. L'idea di base è che il soggetto malato ha bisogno di far parte di una comunità: all'inizio per alimentarsi, sostenersi, nell'urgenza di dover continuare a vivere; nel piccolo gruppo covava la nostra rinascita, la nostra riabilitazione, la possibile ripresa del nostro essere ai suoi stessi inizi.

In seguito, la sua importanza sembra rimanere decisiva per sostenere gli individui nella loro ricerca della piccola differenza che esige di potersi sentire protetti dalla fusione gregaria. Il piccolo gruppo è una piccola comunità il cui successo non viene smentito.
Ecco un dato acquisito da tempo, nessuno può concepirsi senza l'appartenenza ad una qualsiasi comunità. […].

Non bisognerebbe, oggi, interrogarsi su di esso a misura di questo successo senza limiti?

Propongo questa formula: è possibile che il piccolo gruppo cancelli l'alterità, e sia una struttura che vetrifica: si mantiene a distanza dalla realtà propria di ciascuno, di cui richiede il sacrificio. Si paga di persona con il gregarismo, in cambio dell'appartenenza e del calore umano. In effetti ci si sente rinvigoriti, trasformati, addirittura trasfigurati dall'appartenenza, ma bloccati – portati ad abbandonare le proprie esigenze, il proprio volto, ciò che ci rende un essere unico […]. Ma, non possiamo fare come se il gruppo fosse una persona; non è il gruppo che ascolta, ma ognuno dei suoi membri, in funzione della sua capacità di ascolto. La nostra solitudine – il nostro essere – si scopre nell'incontro con l'altro, questo Nebenmensch che costituisce ciascuno di noi nella nostra singolarità. Il Nebenmensch non è un gruppo, anche se fa parte di questo tesoro di significanti che è l'Altro. Noi siamo ciascuno, uno perché dobbiamo necessariamente passare attraverso lui, la sua mediazione, la sua intercessione; per cui possiamo dire che l'Altro, l'inconscio, è il sociale. […]. Pensiamo che non sia necessario far funzionare questo gruppo come una duplicazione del gruppo reale d'origine di ciascuno […].

Noi non scegliamo il “fatto gruppale”, ma il fatto di essere in gruppo, di essere raggruppati, di costituire un insieme come colui che rappresenta un quadro, nel quale ogni personaggio è ben identificato. E' l'origine italiana della parola gruppo: “ somma di più persone che formano un insieme, in un'opera d'arte ”. Questo piccolo raggrupparsi consiste nell'avere a che fare nello stesso tempo con più persone in carne ed ossa, che il nostro sguardo e le nostre orecchie possono cogliere con un solo movimento, senza confonderle. Al di fuori dell'insieme dei transfert che legano, in questo gruppo, tutte le persone riunite, ci sono tutti gli ideali e oggetti possibili portati da ciascuno, che diventeranno dei beni collettivi, delle marcature, dei segni di riconoscimento e di differenziazione.

Quando il gruppo viene inteso come oggetto, per sé stesso (il problema risiede qui, nel precisare il senso di questo “se stesso”), lo si mette immediatamente sullo stesso piano delle persone presenti. Che lo si voglia o meno, diventa un bene, un valore che sovrasta gli individui. Non lo si mette, in questo caso, in posizione d'alterità?

Bisogna ammetterlo: “il fatto gruppale” si presenta inattaccabile in ogni pratica collettiva, non come assistente, supporto o cassa di risonanza soltanto di una produzione, ma come motore. E qui dobbiamo riprendere la domanda, in un momento decisivo, questa spinta data da Didier Anzieu (Le psychodrame chez l'enfant et l'adolescent , 1956): “ Lo psicodramma, psicoterapia in gruppo ”, scrive nel testo, “ può e deve essere anche, come Moreno ne ha avuto l'intuizione, una psicoterapia in gruppo e del gruppo. ”. Questa prevalenza merita di essere esaminata perché indica che nessun partecipante può cavarsela senza aver pagato un dovuto al gruppo, che una verginità esperienziale vada a prevalere sulla verità di ciascuno. Lo vediamo dove Moreno ha prescritto questo “ dovere ”.

Si tratta infatti di un imperativo categorico. Siamo in una logica del sacrificio: io devo al gruppo, all'alterità, a Dio, al padre. La situazione è familiare. Eppure non è la mia famiglia: si tratta di un insieme di persone create dal nulla.[…],poiché ognuno si porta dietro- e dentro nel gruppo- altre quindici, venti “persone”. Una sorta di conclave. Alla Sept, ognuno viene con la sua litania di santi, e ciò dà spessore all'avvenimento. Con D.Anzieu, l'imperativo nello psicodramma, è il gruppo.

Nella situazione del dispositivo gruppale, il partecipante, visto che arriva nella sua tribù, è meno valorizzato come individuo in carne e ossa e la situazione di gruppo gli permette di rivestirsi di un certo aspetto[…]. L'altro vi è in ogni momento intercessore, mediatore, buon ascoltatore; e non si permetterà mai che qualcuno se la prenda con un altro, nell'amore o nell'odio, senza chiedergli a cosa può rinviargli questo radicarsi nella sua storia. L'analista, che conduce il gioco, si preoccupa che il gruppo non funzioni come una piccola folla e che nessuno si radichi nella dinamica di gruppo. Non lascia le redini all'illusione di gruppo. Dirige la seduta; bada a favorire che ciascuno possa avere lo spazio per dire qualcosa sul momento, durante la seduta o la sessione; e fa recitare le scene di ciascuno, mai una scena inventata in gruppo.

Questo continuo richiamo della nostra pratica dell' “uno per uno” è importante per poter individuare che nella terapia di gruppo c'è del sacrificio. Il gruppo ha ormai occupato un posto preminente: è agente della terapia degli individui e dobbiamo preoccuparci contemporaneamente di lui come operante la sua propria terapia.[…]. Deve, allora, necessariamente, ottenere soddisfazione. Un gruppo soddisfatto, che ha creato delle relazioni, è un insieme di persone che ha sperimentato una comune misura.

Ma possiamo evitare di chiederci chi avrà la meglio tra lui e ciascuno dei suoi membri? “Ci siamo fabbricati un mostro, un essere con più teste, molte membra, adesso bisogna soddisfarlo. Puoi lasciarlo, ma senza scornarlo.” Non è facile. Quando un gruppo finisce, bisogna partire senza drammatizzare. Se non ha ottenuto soddisfazione, non è terminato. Continuerà ad ossessionare i partecipanti.[…]. Come la famiglia, il gruppo esiste nel suo insieme.

Ma cosa indica che una terapia di gruppo arriva a termine? Ha senso questa domanda? Ciò che si sa, è che i partecipanti si aspettano, arrivando, uno scontro. Sanno che saranno spinti dai movimenti della regressione in gruppo: attacco, fuga, difesa, seduzione, compassione, aggressività e capro espiatorio. Sanno che non saranno trattati con riguardo, che il proprio posto non è scontato e che a volte bisognerà difenderlo a caro prezzo. Su di me come su qualsiasi altro potrà suonare la pretesa. E' la regola del gioco.

Un confronto allora risulta evidente: il gruppo sarebbe come un dio, allora bisogna impegnarsi a calmare la sua collera. E nessuno potrà pretendere di aver risolto il suo problema, risposto alla sua domanda, se non nel momento in cui il gruppo ci sarà riuscito per conto proprio. E' stato, infatti, ben detto: la terapia del gruppo importa quanto quella di ciascuno dei suoi partecipanti. Gli uni e gli altri hanno accettato questo vincolo: ogni iniziativa non può trovare ascolto, non è proponibile, se non a misura dell'insieme.

 

Il gruppo trattato in questo modo, con la preminenza data al “fatto gruppale”, è sacralizzato, come il quadro psicoanalitico può esserlo quando i dati di spazio e di tempo sono reificati oppure quando l' ego psychology punta tutto sull'io.

All'opposto, la sacralizzazione potrà essere lacaniana: la seduta corta o variabile sistematica, l'interruzione e la folgorazione del significante messi a nudo, o ancora l'accento messo sulla parola nel suo indicibile, a scapito del linguaggio. Sappiamo che queste regole e modi di fare, quando diventano dei canoni che intervengono nella nostra pratica, possono dare spunto all'esistenza di gruppi analitici, che pronunciano allora delle esclusioni.

Bisognerebbe fare un censimento sul funzionamento e sull'utilizzazione dei piccoli gruppi nelle istituzioni psichiatriche e negli ambulatori medico-psicologici; si vedrebbe come sono attesi, spesso, come autorizzazione per pensare. [...]

Non sarebbe questa una delle ragioni del grande successo del gruppo ristretto? Nel dispositivo di gruppo, lo dicevo precedentemente, il valore esperienziale tende a prevalere su quello di verità ( di una storia, di una versione...propria di ogni partecipante). Ed è lo stesso valore esperienziale che farebbe opera di legittimità. Sarebbe lo stesso errore di quello che vuole mettere l'accento sulla parola a danno del linguaggio: consiste nel tralasciare il processo d'iscrizione e voler dimenticare che c'è del già-lì, dell'iscritto che ci precede.

Il tratto essenziale della nostra pratica, in psicodramma è, al contrario, di considerare la realtà psichica di ciascuno come terzo. Ogni partecipante viene con questa realtà che è la sua. E di essa che parleremo con lui e che esploreremo tramite la rappresentazione psicodrammatica. D'altronde, lo stacco dalla storia di ciascuno è richiesta all'entrata nel gruppo, in modo drastico. Bisogna, dice la regola, “ sospendere le esigenze e le preoccupazioni della vita quotidiana ”, e lasciarsi andare a fantasticare tutti insieme.

Voglio soffermarmi su questa sola domanda: perché, in un lavoro in gruppo, l'individuo dovrebbe per forza separarsi dalla sua esistenza, perché il suo quotidiano dovrebbe essere sospeso? Occorre citare le formule risolute che esprimono questo imperativo:

Fare una psicoanalisi di gruppo è necessariamente lavorare su un materiale comune. [...] Qualsiasi riferimento al passato rende oscura l'interpretazione, che essa è necessariamente comune, cioè è diretta al gruppo nel suo insieme e non a questo o a quel soggetto in particolare. L'interpretazione deve allora essere fatta hic et nunc.” (Didier Anzieu in Le psychodramme analytique chez l'enfant et l'adolescent , 1956, p. 155).

Questi obiettivi, da quasi cinquanta anni, erano una magnifica apertura d'un campo sgombro, vergine, per poter sperimentare, una volta messo da parte il quotidiano di ciascuno, come si sarebbero comportate delle persone insieme. Ma l'insistenza della consegna a mettere da parte il passato e la realtà quotidiana era di un peso e di un significato di cui, secondo me, nessuno si era realmente preoccupato – tanto più che oggi è ancora operativa come per il passato. Nel 1972, ecco cosa ci dicono i fautori dello psicodramma (in Francia, n.d.r.) che iniziano a pubblicare dei testi sul loro modo di operare:

Quando s'addentra nella sala di psicodramma, il paziente è invitato a sedersi e uno dei terapeuti gli chiede quale tema desidera rappresentare. Alcuni pazienti propongono subito una storia; altri, sopratutto gli adolescenti e gli adulti, cominciano spesso col parlare di loro e di ciò che hanno vissuto durante la settimana. Li ascoltiamo un po' e poi li interrompiamo per richiedere loro un tema. In effetti, una delle forme di resistenza allo psicodramma consiste nel parlare per evitar di recitare. Non si vorrebbe dare al paziente l'impressione che la sua vita quotidiana non ci interessi rifiutandogli immediatamente l'ascolto, però invitandolo nuovamente a recitare, gli viene manifestato che non è al livello della sua realtà che si attua la terapia. (Michel Basquin, Paulette Dubuisson, Bertrand Samuel-Lajeunesse, Geneviève Testemale, Le psychodrame : une approche psychanalytique, Ed. Dunod, 1972, p. 29)

 

Parlare di “ chisura ” di gruppo non è un'approssimazione. Ed è li che un passo s'impone verso l'essere-insieme, che è il regno del politico.

Guardando indietro, nella storia degli ultimi sessant'anni, vediamo il piccolo gruppo destinato a sopportare e esorcizzare le più profonde angosce dell'esistenza, in seguito allo sconquasso che il nazismo ha prodotto. La sua nascita risale, come enunciato precedentemente, a questi anni: la nozione di piccolo gruppo è stata elaborata nel corso della seconda guerra mondiale. Fare del gruppo un'entità, un'istanza di riferimento, quasi una persona, prende corpo in questo periodo.

Ed è in questo momento che il piccolo gruppo propone un'esperienza rigeneratrice ed un ancoraggio indispensabili. Tiene a distanza la violenza e si sforza di evitare la distruzione del legame sociale. Possiamo dire che il gregarismo ed il settarismo di oggi perpetuano la loro presenza come spazio di fusione e di identificazione: proteggersi dalla storia, dal quotidiano, guardare il mondo da lontano, quando vivere la propria vita diventa troppo problematico. Simbolizzazione e rappresentazione diventano del tutto secondi. Si tratta in primo luogo di contrastare un pericolo, una minaccia, non di analizzare.

Insomma, se il piccolo gruppo è sempre d'attualità e il suo successo non viene smentito, vuol dire che contribuisce, anche in tempi di pace, a tener la “dura realtà” nel debito conto. Riflettendo sulla sua struttura, definita nel “fatto gruppale”, incontriamo l'assioma di Heidegger: lo sviluppo e la concettualizzazione del gruppo ristretto, le cui origini risalgono agli inizi del XX secolo, partecipano pienamente al corso della storia.

Marx rimetteva l'uomo sui suoi piedi. Freud apriva un altro orizzonte: la rimozione non è repressione; il desiderio è indistruttibile. Moreno, rifiutando un al di là del principio di piacere, chiamava a rompere le “ riserve culturali ”. Heidegger, in una filosofia “politica”, vuole salvare l'uomo nella e attraverso la sua comunità, contro la riduzione dell'uomo a macchina e l'ugualitarismo

L'idea di Heidegger è che l'essere, il dasein , risiede indissolubilmente nel luogo, nella terra […] da cui si proviene. Per lui, la realizzazione di se stessi passa necessariamente per quella della propria comunità e dei suoi valori ancestrali. Si tratta di trovar una risposta allo “ spaesamento ” prodotto dalla modernità tecnologica e industriale della fine del XIX secolo. Bisogna allora spingere, andare avanti, porre degli atti di affermazione. Politicamente ciò diventerà la pulsione d'espansione illimitata della Germania verso l'Est : lo spazio vitale. Ed è questa la lotta rigeneratrice. Heidegger non s'interessa alla rappresentazione e nemmeno alla distinzione soggetto-oggetto. A lui interessa solo la realizazzione del dasein storico di ciascuno per il tramite della sua comunità. Ha “voluto” dare uno spazio, un destino a tutti i popoli marginalizzati dell'Impero Romano. Tutti popoli “senza nazione”. E, bisogna sottolinearlo, nella promozione della politica del fatto compiuto.

E interessante osservare che la rappresentazione geografica di questi popoli corrisponde alla regione centrale e nordica dell'Europa, là dove si sviluppò l'Espressionismo. L'esortazione di Heidegger a “ realizzare il proprio dasein ” in una lotta volontarista, incontra l' “ Urschrei ” espressionista : ridurre il più possibile la forma per privilegiare l'espressivo, la ricerca delle emozioni e delle sensazioni, ed il gusto “della prima volta”. Ritroviamo questo stesso accento nell'esperienza di gruppo.

Nell'espressionismo[…]l'espressione, il grido, l'avvertito, il naturale primeggiano sul formale, sulla cultura – che implica di non distaccarsi dalla tradizione. La tradizione è una genesi di forma. Con l'Espressionismo, si pende dalla parte della tabula rasa .

Così, Espressionismo e “fatto gruppale” possono ritrovarsi, con la fenomenologia heideggeriana, nell'ideale dell'hic et nunc […], e l'idea di una rappresentazione la più grezza possibile del sentimento, dell'impressione, dell'affetto, del grido: superamento del passato, della tradizione e delle forme.[…].La verginità dell'esperienza nuova, “inedita”, vale come legittimità, preoccuparsi della verità e dell'oggettività non rappresenta più un valore fondamentale.

La definizione data per l'Espressionismo belga ed olandese è molto interessante :

“ Ciò che lega tutti questi artisti è l'opposizione, che viene spesso osservata, tra il romanticismo espressivo dell'uomo nordico e un gusto del sistema ed dei contorni che caratterizzano l'uomo mediterraneo.”

Noi ci riconosciamo, alla SEPT, nella preferenza mediterranea per i contorni, le linee, i tratti della rappresentazione, non ricoperti dagli stati d'animo e sensazioni del momento, avendo sempre presente alla mente la realtà psichica di ciascuno invitato a parlare di sé nella sua storia.

Perché non ci si è mai interessati dell'impatto di questa chiusura di gruppo che esclude la storia di ciascuno in diretta, mette tra parentesi, “sospende” il quotidiano, per concentrarsi su “ciò che il gruppo vive”? […]E' sempre accaduto che il piccolo gruppo dovesse funzionare in questo modo. Le sue caratteristiche immemoriali, non necessitano di essere riferite[…], ma […] bisogna necessariamente tener conto della dinamica di gruppo e dell' “illusione di gruppo”.

Un gruppo, luogo di espressione e di scambio, nel quale alcune persone riunite vivono insieme una storia tra loro per il tramite di scambi solo verbali, con parole, con tutti gli affetti, emozioni e sentimenti che presiedono naturalmente alle relazioni umane.

Questa pratica ritrova dunque, senza saperlo, la fenomenologia di Heidegger: afferrare la questione dell'”Essere”, scommettere sull'esperienziale, ciascuno nella sua comunità, nella sua patria, per adempiere al proprio destino di uomo. Un'esperienza rigeneratrice. E' nella lotta che si riconosce l'uomo. E lasciare la storia e il quotidiano, la tecnologia e la merce, per ricollegarsi con il mito più antico, quello della Grecia e dei suoi eroi, […] rappresentate scene della vostra vita di oggi e di ieri, rappresentate i vostri sogni della notte e le vostre fantasticherie personali. La chiave dei vostri sogni e dei vostri desideri non si trova né nel cielo né negli astri, né in miti collettivi. La rottura tra Freud e Jung non è stata una questione di semplice rivalità o prevalenza....

Amiamo la storia quanto Heidegger la rifiuta brutalmente e si vedrà che il piccolo gruppo ne fa l'economia nella sua formula: “ sospendere quel che ne è di sé nella vita quotidiana prima di entrare”; come a dire: “mi viene chiesto di disfarmi prima di una pelle, come per poter rivestire, in seguito, quella della mia nuova appartenenza”.

 

         

Heidegger e la sua concezione della storia e della politica ci illuminano sui meccanismi del blocco, dell'abbandono della nostra vita quotidiana e della nostra storia.[…].

Rileggiamo alcune delle sue dichiarazioni:

Il carattere inspiegabile di questo inizio non risiede in una carenza, debolezza della nostra conoscenza della Storia. Invece, è nella comprensione del mistero di questo inizio che risiedono l'autenticità e la grandezza della conoscenza storica. Il sapere della storia alla sua origine (Wissen von einer Urgescichte) non risiede nel dissotterrare il primitivo e raccoglierne le ossa. Non è una scienza della natura […], se è qualcosa, è una mitologia” . Scrive ancora Heidegger: “ E' un pregiudizio della storia della filologia , ereditato dal razionalismo moderno sulla base del platonismo, di credere che il Mythos sia stato distrutto dal Logos. (...)La religiosità non viene mai distrutta dalla logica, ma sempre e solo dal fatto che il dio si ritiri. ”.

Philippe Lacoue-Labarthe ( La politica dell'opera poetica , 2002) commenta : “ Il mito è la poesia originaria dei popoli. Ciò significa, per tutta la politica romantica, che un popolo non si origina, non esiste come tale o non s'identifica, non si riconosce (cioè non è propriamente se stesso) se non partendo dal mito. ” Ed inoltre: “ Il richiamo al mito è la rivendicazione dell'appropriazione dei mezzi d'identificazione, considerata più decisiva di quella dei “mezzi di produzione[…], sarebbe così la sovrascrittura storica di un popolo ed il suo mezzo per identificarsi, e di riappropriarsi di sé. Di veder instaurarsi o costituirsi il suo mondo; in modo particolare il suo Stato. D'accogliere e rispettare i suoi dei, vedere se affidarsi a loro o se lasciarsi governare da loro – avendoli tuttavia, in un certo modo, prima imposti: rappresentati o “immaginati”. Il mito apre così la possibilità del sacro, del santo e valorizza lo “zeigen”, mostrare , a danno dello “zeichen”, significare .

Lacoue-Labarthe vede emergere questa nuova tendenza tra il XVIII° ed il XIX° secolo, nella rottura con l'illuminismo che inaugura la nascita del romanticismo germanico, lo “ Sturm und Drang ” […].

Il nostro psicodramma è chiaramente dalla parte dello zeichen e noi siamo gli eredi dell'illuminismo.[…].

La nostra pratica non è semplice, si deve affermare con costanza senza mai perdere il contatto con il “reale”, senza distanziarsi dall' “aria del tempo”, dando ascolto alla storia di ciascuno. Per produrne delle versioni che traducano una delle verità del soggetto.

Il piccolo gruppo, sarebbe potuto divenire il luogo romantico per eccellenza, spazio dove tutto diventa possibile? Pagina bianca, costituirebbe una tentazione perenne.

 

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