LE MISURE DEL CORPO
Chiunque abbia avuto l’occasione
di poter visitare le grotte preistoriche dei monti Cantabrici in
Spagna, di cui l’Altamira è il più famoso, può
solo rimanere affascinato e commosso da queste tracce fragili ed
enigmatiche dell’attività mentale dei primi umani. La
grotta di Altamira, luogo favoloso per la ricchezza e la qualità
dei disegni parietali in essa contenuti, scoperta fortuitamente
nel 1879 dal Marchese Marcelino de Sautuola, è stata da questa
data, come tutto il sito dei monti Cantabrici, un luogo perfetto
per le interpretazioni, e gli specialisti non se le sono fatte mancare
(Sacco e Sauvet, 1998).
Ricordiamole adesso, in modo rapido e non esaustivo:
- l’ipotesi strutturalista di A. Leroi-Gourhan privilegia i
simboli maschile- femminile (cavallo/bisonte, ad esempio);
- l’interpretazione-costruzione animistica; le grotte erano
un luogo di celebrazione del sacro o di riti barbarici a valore
propiziatorio (caccia);
- la lettura mista neurofisiologica di J. Clotte punta sulla regressione
degli stati di coscienza;
- le testimonianze di sciamanismo, secondo P. Raux, rappresentano
il passaggio andata-ritorno dalle forze ctonie al terrestre, in
un movimento di decorporazione-rincorporazione che potrebbe spiegare
figurazioni animali incomplete, animali senza zampe o senza organi
sensoriali, ad esempio, di alcuni disegni parietali;
- senza dimenticare l’inventario scientifico più rigoroso
(olografia e l’informatica più sofisticata a disposizione)
in corso di costituzione all’università di Santander.
Ma non ho avuto la sensazione di capire
veramente qualcosa della preistoria finché non ho visitato
quel posto insieme al conservatore-responsabile, intimamente e appassionatamente
innamorato delle sue grotte. Prima di tutto, ho valutato
pienamente l’importanza delle condizioni di accesso alle pitture,
ben diversa dalla falsa immediatezza delle riproduzioni fotografiche:
l’ingresso più o meno agevole nel tepore umido del buio,
autentico analogon sensoriale della traversata di una cavità
corporea; il silenzio, la necessità di contorcersi per scoprire
alcuni disegni situati in posti poco accessibili e il sorgere improvviso,
in piena luce, di un grafo, di un segno o di un disegno appena leggibile
sulla parete più o meno molle, più o meno umida e
friabile a seconda del clima e dell’epoca dell’anno. Più
sorprendenti ancora sono i rilievi rocciosi sui quali è abbozzato
soltanto un tratto (prefigurazione delle pitture pagane minimaliste):
curva dorsale, zampa, bocca, orecchio, a trasformare il rilievo
naturale in forma animale.
È la luce del visitatore che fa sorgere dal buio una forma
gia esistente (preconcetto in attesa della propria realizzazione,
avrebbe detto W.R. Bion), che la fa muovere a seconda dell’orientamento
dato alla fonte luminosa, prima che sparisca di nuovo nell’informe.
Si concepisce ancora meglio, di fronte a queste pre-forme in attesa
di lettura, il gioco di ombre delle oggettivazioni oleografiche
sofisticate, falsamente scientifiche, di cui parlavo prima
In questo modo, le rappresentazioni
parietali tracce, ritmi, forme, energia, mondo dell’ombra e
dell’immobile, sono in realtà delle figure del movimento
e dell’incontro; le parole d’emergenza, di subitanea apparizione,
ne rendono tutta la densità.
Per lo psicanalista, l’analogia con i risvolti delle simbolizzazioni
primarie che hanno il corpo come luogo privilegiato, è facile.
Da quello che so, è R. Roussilon, il primo ad aver individuato
e poi sviluppato la nozione di una simbolizzazione primaria che
opera in modo completamente diverso della simbolizzazione ordinaria
linguistica ch’essa prepara, simbolizzazione auto-simboleggiante,
che lavora a partire dall’io corporeo nella distanza
e l’incontro con l’oggetto primario per formare la fonte
delle prime matrici significanti, primi elementi dell’attività
di simbolizzazione che uniscono l’allucinatoria traumatica
e la percezione (Roussillon, 1991, 1995, 1999).
L’Io è anzitutto un Io corporeo, non è
solamente un essere di superficie, ma esso stesso proiezione di
una superficie. (Freud, 1923)
Questa frase spesso citata, in quanto
referente l’Io a un esterno a se stesso, sarà comunque
spiegata in seguito dai lavori di D. Anzieu (1985) sull’Io-pelle,
ma bisognerà aspettare D.W. Winnicott per completare e rinnovare
le tesi freudiane, anche se ammettiamo, come propone R. Roussillon
(1995), che l’ambiente è potenzialmente
iscritto nella svolta del 1920 e nella compulsione a ripetere.
L’Io si basa su un Io corporeo, ma è solo quando
tutto va bene che la persona del neonato comincia a collegarsi al
corpo e alle funzioni corporali, essendo la pelle la membrana-frontiera.
(Winnicott, 1975)
Questo Io corporeo inaugurale, alba
arcaica dell’attività di rappresentazione, è
fatto di ritmi propri, anarchici e senza intesa con il ritmo altrui,
di sensorialità che si organizzano in tracce somatopsichiche,
nel consolidamento e nell’organizzazione della continuità
spazio-temporale. Il destino di questo ancoraggio corporeo, siccome
si trova al limite dei fattori neurofisiologici e psichici
engrammi costituivi della sua conoscenza del mondo circostante
dipenderà strettamente della qualità del bagno relazionale
che circonderà il piccolo uomo, fatto di scambi pelle a pelle,
di gesti e di parole, piaceri del seno, delle braccia, del letto
della madre al quale il bambino dovrà rinunciare con l’attivazione
del pensiero e l’accettazione della triangolazione edipica
(Villon, 2000).
Il ricordo di questi fattori elementari si regge sulla necessità,
quando questo passaggio dall’Io pelle all’Io pensiero
è problematico, come avviene in numerose strutture non nevrotiche,
di tornare a questa tela di fondo composta dalle tracce mnesiche.
Le comunicazioni primarie tattili represse non sono distrutte
(salvo in casi patologici), ma sono registrate come tela di fondo
sulla quale s’iscrivono sistemi di corrispondenza intersensoriali;
costituiscono uno spazio psichico primario, nel quale possono incastrarsi
altri spazi sensoriali e motori; forniscono una superficie immaginaria
nella quale disporre i prodotti delle operazioni ulteriori del pensiero.
(Anzieu, 1985)
Il dispositivo inaugurale divano-poltrona
della cura poneva, come principio, il corpo, la percezione e la
sensorialità fuori campo, non per evacuarli, ma per permetterne
la ripresa linguistica da parte del soggetto. Nella psicanalisi
di oggi, abbiamo a che fare sia con la storia di un soggetto che
con il fallimento di questo lavoro di storicizzazione, di pensiero
e di messa in linguaggio del reale e del corpo. Diventa essenziale
allora, come scrive J.P. Villon, a proposito delle stimolazioni
psicomotrici presso i bambini in fase di risveglio dal coma, di
appoggiarsi sulle sensorialità primitive per tentare di ridare
ai nostri pazienti un involucro costituivo del loro essere, in quanto
soggetti desideranti e comunicanti, di drammatizzare in qualche
modo ciò che fuoriesce in loro dal campo del linguaggio verbale
ricorrendo, se necessario, ad altri dispositivi (faccia a faccia,
psicodramma, ecc.) per raggiungere il lavoro di simbolizzazione
ordinaria della cura. Studieremo più avanti queste domande,
nella prospettiva particolare dello psicodramma analitico.
INTERPRETARE? COSTRUIRE? MA QUALE REALTA’?
Questi modi di funzionamento basato
sulla simbolizzazione primaria pongono la domanda sullo statuto
della parola dell’analista in seduta: in questo registro psichico,
si tratta ancora di interpretazioni, oppure dobbiamo parlare di
costruzioni; ma costruzioni di quale realtà? non conoscibile?
non rappresentabile? non arrivate alla simbolizzazione?
Nel suo libro, Gioco e Realtà (1971), D.W. Winnicott racconta
il suo intervento famoso in due tempi:
Sto ascoltando una ragazza.
So benissimo che tu sei un uomo, ma è una ragazza che sto
ascoltando, ed è a una ragazza che sto parlando. [poi, un
po’ dopo, davanti alla risposta del suo paziente]. Se io mi
mettessi a parlare di questa ragazza a qualcuno, la gente mi prenderebbe
per matto.
Interviene di nuovo, sorprendendosi da solo:
Non si trattava di te che ne parlavi
con qualcuno. Sono io che vedo la ragazza e che sento parlare una
ragazza, mentre in realtà, c’è un uomo seduto
sul mio divano. Se c’è qualcuno di matto, quello sono
io. (Ibid.)
D.W. Winnicott commenta la sequenza
clinica:
Non ebbi bisogno di elaborare
l’interpretazione: passò tale e quale. Il paziente disse
che si sentiva ormai sano di spirito in un ambiente folle.
(Ibid.)
Vediamo dunque che D.W. Winnicott basa la sua interpretazione su
una costruzione che verte non sulla conflittualità interna
del suo paziente, ma sui contenuti dell’inconscio materno,
o parentale, che avrebbero negato la realtà dell’identità
sessuale del paziente, dunque sulla relazione dentro-fuori e, più
precisamente, su quello che non si è ancora potuto simbolizzare
in fantasma singolare. Sottolineiamo di sfuggita che questa problematica
si sistematizzerà ampliamente in Francia, nelle esplorazioni
sul transgenerazionale (Baranes, 1987, 1991 ab, 1993, 2000).
Partendo da questa sequenza clinica piuttosto rivoluzionaria per
l’epoca in cui l’autore presenta questo approccio, potremmo,
per chiarire il dibattito su costruzione-interpretazione, proporre
la differenza seguente:
-
L’interpretazione in
analisi riguarderebbe i giochi e i rischi del desiderio, così
come si rappresentano sul teatro interno dell’intrapsichico,
tra movimento pulsionale, difese e inibizione, cioè nel sistema
rimozione-affetto-rappresentazione. (Cournut, 1982)
oppure ancora nel gioco ben temperato delle istanze
psichiche in regime nevrotico.
-
La costruzione si fonderebbe
sulle trasformazioni dell’internalizzazione del mondo esterno,
in aggiunta a quello che, dall’intersoggettivo o dall’intergenerazionale,
non è stato sufficientemente soggettivato. L’appropriazione
soggettiva (Roussillon, Cahn) o soggettivante (Green) dell’oggetto
primario non si è fatta in modo soddisfacente per il soggetto,
e questo per diverse ragioni che portano tutte allo stesso risultato:
la relazione analitica riguarderà dunque un oggetto non ancora
percepito/investito in quanto oggetto distinto dal soggetto e, ciononostante,
temuto nella cura perché troppo invadente o, al contrario,
troppo assente perché si costituisca una presenza dell’assenza;
in breve, il materiale analitico si presenta come un transfert infiltrato
da un eccesso di presenza di un oggetto non differenziato dal soggetto.
Voglio tra l’altro sottolineare che mi sembra più pertinente,
in materia di soggettivazione, parlare, con P. Aulagnier, di storicizzazione
soggettiva, piuttosto che di tale o tale appropriazione, in quanto
la proprietà è venuta alquanto male in questo caso,
contrariamente a ciò che dipende dal lavoro dell’io
che raccoglie, organizza, costruisce, difende i suoi territori.
Potremmo con facilità pensare
a numerosi casi clinici, tale è la frequenza con cui si può
incontrare una simile problematica dei nostri giorni o, più
precisamente, perché è diventato normale pensare
alle nostre cure con questi parametri. Penso in particolare
a quelle situazioni di disturbi del pensiero o di fallimento della
pulsionalità dell’eccitazione, che si esprimono come
stati traumatici permanenti ricorrendo volentieri all’agire
utilizzato in quanto forma o modo di figurabilità prerappresentativa,
alle somatizzazioni o, ancora, a una intolleranza al quadro che
può andare fino a un’inattitudine più o meno
radicale all’utilizzo (nel senso di Winnicott) trasformazionale
dellanalista. In casi del genere, quest’ultimo non sfugge
alla ripetizione: è più oggettivamente vissuto
che sentito come inadeguato, violento come la nascita della vita
psichica. Il rischio di irrigidirsi nell’attualità di
un dolore o di una rivendicazione inesorabili si fa allora alto.
L’intervento, eventualmente agito, di richiamo dei limiti e
del quadro da parte dell’analista, potrà avere in alcuni
casi la funzione, in questo caso debole, di reintrodurre il differenziale
laddove vi è intrusione o ascendente, e tendenza alla simmetria
piuttosto che all’asimmetria tra l’analista e la persona
in analisi.
Tale opposizione è semplice: rimanda al modello del doppio
limite proposto da A. Green (1990) e può sembrare abbastanza
pertinente, portando a pensare che la costruzione più esemplare,
il suo disegno, riguarderà ciò che, dell’incosciente
parentale, ha esercitato un ascendente o ha fatto intrusione nella
psiche del soggetto, invece di permettergli di fare il suo lavoro
di storico della trasmissione/appropriazione simboleggiante.
Tuttavia, possiamo considerare quest’opposizione solo come
paradigmatica nient’altro. La psiche e il lavoro analitico
sono in effetti molto più complessi e non potrebbero essere
sottomessi a semplificazioni riduttrici.
Per andare oltre, bisogna tornare alle origini del dibattito, riassunte
bene dall’articolo freudiano del 1937 sulle costruzioni in
analisi. La costruzione è focalizzata alla questione della
verità storica, dibattito che sarà ripreso negli anni
70 in Francia da F. Pasche e S. Viderman. Ma la costruzione del
ricordo e del passato, è esumazione archeologica dei resti
del passato dimenticato, costruzione, (ri)costruzione, oppure è
un lavoro di creazione a due?
In Costruzioni nell’analisi (1937c), S. Freud è
molto chiaro: Quello che vogliamo, è un’immagine
fedele degli anni dimenticati dal paziente, immagine completa in
tutte le sue parti essenziali, ciò che postula che,
contrariamente a quello che succede per l’archeologo e ancor
di più per il preistorico, l’essenziale [del passato]
viene interamente conservato, anche quello che sembra completamente
dimenticato sussiste ancora, in qualche modo e in qualche luogo,
ma seppellito, inaccessibile all’individuo. (Freud, 1937).
L’affermazione è ancora più notevole se consideriamo
che questo testo è di molto posteriore alla svolta degli
anni 20 e alla descrizione della pulsione di morte
Ma bisogna
tenere duro sul carattere dinamico dello psichismo, zoccolo di tutto
edificio teorico.
Come sappiamo, scrive Freud,
è poco probabile che una funzione psichica qualsiasi possa
veramente subire una distruzione totale. [
] Il risultato dipende
da una semplice questione di tecnica analitica
Rispedendo in questo modo le difficoltà
dalla parte della tecnica, S. Freud resta sulla stessa linea della
logica profonda della sua metapsicologia. Lungo tutto il suo percorso,
la costruzione freudiana sarà animata dalla necessità
di stabilire una coerenza interna della psiche tramite la rimozione
e il ritorno del rimosso.
Oggi sappiamo che questa speranza dinamica è spesso aspramente
contestata, donde la necessità di nuove proposte metapsicologiche
che tengano conto, nel funzionamento della seduta, della coppia
tranfero-controtransferanziale nella sua funzione dattualizzazione
e di trasformazione/simbolizzazione di vissuti precoci e tracce
mnesiche non iscritte nellapparecchio di linguaggio.
S. Freud non apriva questa via, nella conclusione del suo testo
Costruzione nellanalisi e, poi, lanno successivo,
ne Lio e il processo di difesa, mettendo laccento
su un fenomeno sorprendente e dapprima incomprensibile:
il sorgere, in risposta in risposta a una costruzione dellanalista,
di ricordi molto vivaci, eccessivamente netti, addirittura
vere e proprie allucinazioni, esprimendo il ritorno
di un evento dimenticato legato ai primi anni di vita, di
qualcosa che il bambino ha visto o sentito a unetà
in cui sapeva appena parlare (Freud, 1938). Anche la percezione
e lallucinatorio appaiono come portatori, parallelamente alla
rimozione, di un potere storico, di una verità che emerge
da un al di qua del linguaggio.
In ciò che abbiamo visto fino
a ora, non definisco le costruzioni come i grandi fragmenti
o grandi affreschi degli anni dimenticati sotto leffetto
dellamnesia infantile. (Freud, 1937c), ma piuttosto
come costruzione del quadro analitico, costruzione dello spazio
di trasformazione psichica nella coproduzione analista-persona in
analisi al servizio di unattività di simbolizzazione
primaria e della ripresa linguistica che ne deriva, come propone
F. Duparc.
A partire da qui, possiamo considerare la questione del rapporto
costruzione, interpretazione sotto un aspetto del tutto
diverso, quello del lavoro dello psicanalista in seduta, essendo
lelaborazione a due intessuta, per quanto riguarda lanalista,
da un continuo di associatività, di silenzio e di interventi
di stile molto diverso, intervento di rilancio, interpretazione
in oppure di transfert, ipotesi costruttive, ricorso a materiali
culturali a valore simboleggiante, come i conti o i romanzi, se
ce nè bisogno, ricorso infine a ciò che può
drammatizzarsi nelle tracce precoci iscritte nel corporeo, sia
che questo succeda durante la seduta oppure, con una frequenza non
trascurabile, che ai suoi margini, il quadro analitico.
In condizioni nevrotiche ordinarie, la psiche opera questo lavoro
incrociato e complesso dei tempi e delle logiche psichiche, tessitura
e riscrittura permanente delle tracce nelle versioni successive
del fantasma.
Nel caso delle sofferenze identitarie-narcisistiche con la loro
sessualità incompiuta, (secondo la definizione
di H. Faimberg), come nel caso degli adolescenti che ne sono una
specie di paradigma per via delle singolarità del loro funzionamento
mentale, bisogna utilizzare altri registri psichici rispetto a quelli
della simbolizzazione secondaria nel linguaggio. Il corpo, la percezione,
la sensorialità, questi esclusi di base dalla curaclassica,
diventano i nostri punti dappoggio per tentare di ridare ai
nostri pazienti un involucro psichico e un accesso a queste eccitazioni
male pulsionalizzate e volentieri sfaldate, di drammatizzare
in qualche modo questi registri arcaici della sofferenza narcisistica
che fuoriescono, o sfuggono, al campo del linguaggio verbale.
Rimettere i piedi sulle tracce del corpo, mi diceva
un giorno una paziente
TRA CORPO E LINGUAGGIO:
UN OSSERVATORIO PRIVILEGIATO
Le due vignette cliniche
presentate di seguito permetteranno di delineare meglio questo ancoraggio
corporeo dellattività del pensiero in seduta, così
essenziale con tutti quei pazienti che sostituiscono questo funzionamento
flessibile delle istanze con le logiche dello sfaldamento e della
distruttività. La psicosi di lunga data, gli adolescenti
e la psicosomatica più recentemente, ci hanno informato sui
risvolti del corporeo, sullo sfaldamento e sulle comunicazioni primitive
nella pratica analitica. Come ho sottolineato prima, oggi la loro
importanza ne fa , al di là delle trasformazioni della patologia
, un nuovo paradigma e una questione cruciale per la psicanalisi,
anche in questo caso introdotta dalle scoperte di D.W. Winnicott
con il suo concetto di spazio potenziale.
Come riscontra giustamente A. Green in Le Temps éclaté
(Il Tempo scoppiato):
Questo concetto che ha il vantaggio
di precisare le condizioni di possibilità della simbolizzazione,
introdurrà per la prima volta nella letteratura analitica,
lidea che la simbolizzazione non è un fenomeno indipendente
del contesto nel quale avviene. (Green, 2000)
Sappiamo che queste questioni sono presenti nella clinica e nella
teorizzazione di chiunque sinteressi allasse narcisistica
della cura analitica, ai casi difficili e alle patologie al
limite(Baranes, 1988, 1989b,1990). Se vengono considerate
come un al di qua della simbolizzazione, per colui che
postulerebbe questultima come unicamente linguistica, sosterrò
lidea che queste condizioni della simbolizzazione
sono già simbolizzazione, visto che queste forme particolari
di simbolizzazione le simbolizzazioni primarie (Roussillon)
nascono nello spazio intermedio e, più specificamente,
nel e dal corporeo.
Il dispositivo dello psicodramma analitico è, grazie alla
sua posizione allincrocio tra il corpo e il linguaggio, un
osservatorio privilegiato per lesplorazione di
queste simbolizzazioni, come lo ricorda già un dato classico
nello psicodramma, lo spazio dato alla spazializzazione topica della
psiche nello spazio del gruppo, che lavora quindi secondo processi
figurativi di tipo onirico a forte carica sensitivo-motrice.
Ph. Jeammet, autore con E. Kestemberg di una delle opere fondamentali
sullo psicodramma analitico individuale, ricorda:
La scena è un invito alla
figurazione dei fantasmi, sia nella sua scelta che nel modo di interpretarla,
di farla derivare dal proprio progetto iniziale: facilita le produzioni
fantasmatiche, pur risparmiando le difese del paziente. Come nel
sogno, il paziente è allo stesso tempo quello che sogna e
quello che partecipa, attivamente o tangenzialmente allo
svolgersi di una sceneggiatura che gli sfugge e di cui, nel tempo
della recitazione, può darsi a credere di non esserne lautore,
ciò che non impedisce affatto le reazioni impreviste: queste
ultime lo mettono in contatto con produzioni psichiche e attitudini
fino ad allora sconosciute (Jeammet, 1995).
Questo sconosciuto rientra, a mio avviso,
nello sfaldato.
Lo psicodramma permette un rinforzamento
del puntellamento dei processi psichici sul quadro esposto. Lesternalizzazione
dei movimenti incoscienti, delle istanze e delle imago arcaiche
nel gruppo dei coterapeuti e di colui che conduce il gioco, permette
simultaneamente un aiuto ai processi di figurazione e legame, da
una parte; dallaltra un rinforzamento dei fattori di differenziazione
(la topica psichica). (Jeammet, 1995)
Questi due ordini di fattori, ai quali
bisognerebbe aggiungere il piacere di funzionamento
caro a E. Kestemberg, sono resi possibili attraverso il ricorso
molto particolare alle stimolazioni percettivo-motrici che lo psicodramma
permette. Così si esprimerebbe una vera memoria del
corpo (Sullivan, 1996) risvegliata nella recitazione grazie
alle posture e alla gestualità, più che alle parole
di uninterpretazione linguistica data dal direttore di gioco
nel decorso della scena recitata.
I movimenti, posture e attitudini
che il paziente manifesta subito o che vede compiersi davanti a
sé, risvegliano in lui quello che alcuni chiamano una memoria
del corpo in quanto ritrascrizione delle immagini motrici,
in quanto evocazione immediata e affettiva, memoria del corpo che
ha come minimo lo stesso valore della memoria delle parole.
(Sullivan, 1996)
Sviluppando concezioni simili a quelle di Ph. Jeammet, C. Chabert
mette laccento sulle maggiori difficoltà di certi adolescenti,
non tanto a esteriorizzare le proprie produzioni fantasmatiche,
quanto a mantenere un sistema interiorizzato di rappresentazioni
e di affetti, con il suo correlativo sul piano del sentimento
di continuità di esistere e della transizionalità.
Si tratta di seguire passo a passo
i rapporti precari delle rappresentazioni e degli affetti, impegnandosi
a trovare le parole giuste, le parole atte allaffetto,
secondo lespressione di Piera Aulagnier.(Chabert, 2000)
È alle qualità di questa
tendenza alla simbolizzazione che porta questo lavoro. Facciamo
lipotesi che i registri psichici mobilizzati e attivi nello
psicodramma dipendano non tanto dallo sconosciuto represso e dalle
rappresentazioni di parola, quanto piuttosto dalle tracce mnesiche
e dalle rappresentazioni di cosa, del materiale psichico negato-sfaldato
oppure facendo irruzione sotto forma insufficientemente spostata-decondensata
nel linguaggio. Forme, ritmi, percezioni o espressioni infraverbali,
in breve, ciò che è sfuggito al lavoro della lingua
e alla canzone dei corpi nella relazione primitiva, trova qui la
possibilità della sua attualizzazione e della sua trasformazione.
È da queste figurabilità nate dalle tracce mnesiche
percettive, che sopravvengono in uno spazio psichico intermedio
o transizionale, che il lavoro del fantasticheria, al tempo stesso
singolare e collettivo, favorirà una specie di tessitura
continua della psiche e dei regimi psichici, effettiva spola che
fa il va e vieni tra i protagonisti e i diversi registri psichici.
Marion
Quando comincia il suo psicodramma, Marion è una specie di
adolescente prolungata che esce da un lungo percorso terapeutico.
La consulente che la riceve annota che: il suo malessere di
vivere continua a torturarla, facendola sprofondare nellangoscia
e nella voglia di morire ricorrente. In questi momenti si descrive
tutta raggomitolata in fondo al letto, che piange senza potersi
fermare, chiedendosi cosa faccia là. Marion ha sempre
avuto limpressione di vivere con un nodo allo stomaco.
A 20 anni, ha cominciato una prima terapia, lha interrotta
per andare allestero, dove ha cominciato una seconda terapia;
al suo ritorno in Francia si impegna in un nuovo lavoro analitico
con un collega molto competente, in un faccia a faccia che durerà
quattro anni, prima che Marion terminalo interrompa ancora una volta
perché aveva limpressione di girare a vuoto,
di non andare più avanti, di conoscere troppo il suo analista.
Due rotture recenti, una professionale, laltra sentimentale,
sembrano essere le conseguenze agite allangoscia
suscitata in lei per la scoperta di un tumore al seno a sua madre
e per il conseguente ravvicinamento tra le due donne.
La successione degli agire dopo la rottura (recente) con il
suo psicoterapeuta, la difficoltà di questa paziente di sopportare
una relazione trasferenziale troppo forte (lo conoscevo troppo
),
la componente depressiva e traumatica maggiore (morte tragica incidentale
del giovane fratello) orientano la consulente verso unindicazione
di psicodramma, che Marion accetta volentieri.
La presente sequenza si svolge al terzo mese del trattamento.
Quel giorno, Marion arriva alla seduta un po in ritardo del
solito. Entra, rimane in silenzio un momento, poi dice di voler
recitare qualcosa sul sintomo di claustrofobia, che le è
ripreso questa settimana. Marion ci aveva parlato qualche seduta
fa di questo sintomo, che eravamo riusciti a collegare nelle sedute
precedenti alle cene glauche sotto la luce fredda dei
neon che illuminavano la cucina della casa della sua infanzia. Il
sintomo risorge oggi in occasione della nascita del bambino di unamica
africana, Bella. Marion ha avuto una breve relazione con Antoine,
il marito di Bella, e il sintomo che qualifica come claustrofobico
sopravviene durante la sua visita alla clinica. Qualche giorno prima,
cera stata una serata nella quale era stato invitato un ragazzo,
Joe. In occasione della visita di Marion alla clinica, la coppia
Bella-Antoine, la prende in giro, sospettandola di aver
scritto un breve annuncio rivolto a quel ragazzo nel giornale del
giorno dopo: A Joe, molto felice di averti ritrovato. Firmato:
Marion.
Questo scherzo amichevole, che appicca il fuoco del suo desiderio,
suscita in lei unangoscia molto forte. Tale è la sequenza
narrativa proposta allesplorazione psicodramma.
Prima della recitazione, Marion dà qualche precisazione sulla
coppia Bella-Antoine e sullo statuto privilegiato del bambino appena
nato, creatura con grandi speranze dopo i periodi difficili vissuti
allestero. Il direttore di gioco associa interiormente il
sogno precedente del bambino raccontato da Marion, nel quale annunciava
alla sua giovane sorella, realmente incinta, che il suo bambino
aveva una malattia della pelle molto grave. Sullo sfondo, cè
la morte del giovane fratello, Louis, deceduto accidentalmente poco
prima delladolescenza di Marion e il cui lutto non consumato
dominava in tal modo il ritratto clinico iniziale, che un analista
del centro dove si svolge lo psicodramma laveva definita,
dopo la lettura del dossier, paziente tanatofora, sarcofago
vivente, fonte di morte e tomba al tempo stesso. Ci si aggiungevano,
come è già stato detto, fallimenti a ripetizione,
una depressione che aveva avuto bisogno di una chemioterapia, la
rottura recente infine, senza grandi spiegazioni, di un lavoro analitico.
Lelaborazione interpretativa era arrivata a più riprese
sullal di qua di questo trauma e sul senso di colpa di Marion
per non essere stata presente durante lincidente mortale di
Louis. Vi aveva potuto ritrovare la sua ambivalenza nei confronti
del giovane fratello e interpretare la sua relazione con una imago
materna, fredda e pericolosa, relazione fatta di conflitti
con lidentificazione virile al padre, ma anche di disamore.
La scena interpretata quel giorno si svolge quindi nella clinica.
Marion fa la parte della giovane puerpera. Basandosi sullosservazione
di un interprete dello psicodramma Signora R. che, allinizio del gioco,
chiede se il bambino è presente, visto che la paziente non
lha indicato, il direttore del gioco manda la Signora A, a
fare il bambino.
Emergono tre tempi nello svolgersi del gioco:
Prima di tutto, linteresse centrale verte su ciò che
succede tra i protagonisti, in una sceneggiatura edipica esemplare.
Marion è di fronte alla coppia, che le rispecchia il suo
desiderio di sedurre un uomo: Joe, Antoine e il padre sullo sfondo.
Durante questa sequenza, la Signora R. interpreta la sorpresa di
Marion, smentisce violentemente i desideri che le vengono attribuiti
ed esprime per lei il suo malessere crescente.
Dopo un secondo tempo, il legame tra il disagio di Marion e il suo
sogno di minaccia di morte viene compiuto da Marion che interpreta lo psicodramma
: Ma cosha questo bambino, è
grinzoso, la sua pelle è veramente brutta.
Il livello edipico così leggibile, ai nostri occhi è
in realtà soltanto la facciata di un movimento molto più
profondo che riguarda non la scena di seduzione, ma il rapporto
al bambino e alla gravidanza della madre, cosa che tocca la Signora
R. Quest ultima si accorge che nessuno fa attenzione al bambino,
che chiama da un po nel vuoto. Questa scena è subito
materializzata dalla Signora A., la collega-neonato che, accompagnando
la nuova inflessione della sceneggiatura, avanza al centro del gioco
e appoggia le sue mani a coppa su quelle del padre (il Dottor C.),
chiedendo di portare che è in seguito rivolta
alla giovane madre, interpretata da Marion. La signora A. è
costretta a insistere abbastanza pesantemente affinca lei acconsenta,
potremmo dire con la punta delle dita, a tenere il bambino. In questo
terzo tempo, Marion si sente molto a disagio, diventa rossa, come
impietrita, dopo averci fatto vedere che era sopraffatta dalla piega
che aveva preso il gioco. La scena viene interrotta poco dopo.
Il commento interpretativo che segue, riprenderà i due livelli
di cui si è parlato prima. Il direttore del gioco (J.-J.
B.) sollecita i commenti di Marion su quello che ha provato durante
la scena, sottolinea la saturazione di questa man mano
che cresce la presenza del bambino, che rappresenta Louis, e sceglie
di collegare, tramite i significanti glauco, neon,
il disagio di Marion davanti alla giovane coppia (ciò che
aveva chiamato il suo sintomo claustrofobico) con il disagio davanti
alla scena primitiva, inserendovi i riferimenti alloralità
contenuta nei pasti in famiglia così ansiogeni. Questo registro
interpretativo è dato più sotto la forma di un rilievo
cartografico degli indizi lasciati da Marion, che come interpretazione
esaustiva o ricostruttrice.
Ma, a un altro livello, proprio lascolto e laccompagnamento
meticoloso e attento di Marion nel e dopo il gioco hanno una funzione
di trasporto,, permettendo effetti di simbolizzazione primaria.
Esperienze di simbolizzazione che Marion ha manifestamente fatto
fatica a condividere con la madre fredda che ci fa sempre vedere,
per la mancanza di essere stata vista lei stessa. Sceneggiatura
che si è sicuramente reinterpretata per lei nel lutto familiare
che seguì la morte di Louis e che ritorna, nella scena recitata
con il suo disagio crescente per la richiesta di portare il bambino.
Tanti altri aspetti di questo lavoro interpretativo sarebbero da
sottolineare, ma la specificità di quello che permette il
terreno di gioco dello psicodramma è in questo caso esemplare,
se paragonata col lavoro analitico nella situazione di divano-poltrona
o di faccia a faccia. Daltronde non era forse Marion riuscita
a sviare il quadro col suo analista precedente, scrivendogli tra
le sedute per aspettare impassibilmente i commenti di questultimo
quando si presentava alla seduta, prima di interrompere la terapia
con una constatazione di carenza: Non mi diceva nulla, non
succedeva più nulla.
Gilbert
Presenterò adesso un breve frammento
di una seduta che si svolge lo stesso giorno della precedente e
che riguarda un adolescente di 15 o 16 anni, Gilbert, col quale
il lavoro dura da diversi anni.
Dopo una pre-adolescenza segnata da tendenze autodistruttrici severe,
unintelligenza acuta e impressionante al servizio di una lucidità
quasi melanconica, siamo oggi in una situazione che mi preoccupa
molto per la fissazione e laccanimento negativo di Gilbert.
Seduta dopo seduta, si abbandona a una serie di considerazioni disperate
e esasperanti (in particolar modo quella sul suo fallimento generalizzato
e irrimediabile), pur facendo il processo al padre, che trova infantile,
repressivo, sordo alla sua sofferenza e falsamente comprensivo.
Sono piuttosto ostacolato dallo sfaldamento del transfert, visto
che, allo stesso tempo, Gilbert dimostra con sorrisi furtivi che
illuminano un viso chiuso e disperato, un atteggiamento positivo
rispetto allanalisi, che idealizza a tal punto da avere ventilato
lidea di farne la sua futura professione .
La seduta che precede quella di cui voglio parlare adesso, mi ha
colpito: per la prima volta, credo, Gilbert è riuscito a
tradurre in parole il suo sentimento di vuoto e di inesistenza:
La gente parla a un Gilbert che non esiste, che non sono io.
Io non sono niente, nessuno.
Inizia la seduta di oggi, costatando ancora una volta che da qualche
mese, abbandona tutto. Dal rientro a scuola in settembre,
ha anche smesso i corsi di batteria, che erano il suo campo di esperienza
personale maggiormente investito nel gruppo di musica eriche aveva
costituito lanno scorso con alcuni amici. È come quando
aveva deciso di smettere di andare dal Dottor D. È
successo improvvisamente, così, e nessuno ha detto niente,
e ecco qua
.
Allora intervengo in due volte per dire a Gilbert che ovviamente,
quando uno non si sente esistere, facendosi almeno soffrire, nota
di essere là dove fa male, ciò che porta
a un lampo di piacere e a un sorriso che mi dimostra che il mio
intervento è giusto; poi vado avanti dimostrandogli
che lui si aspetta sicuramente, da quando mi fa vedere i suoi atteggiamenti
distruttori, che io intervenga per porci un limite e per testimoniargli
quellamore di cui ha dubitato così tanto lesistenza
nel padre. Si può dire che tutto questo è lavoro di
elaborazione interpretativa ordinario.
Ma le cose cambiano radicalmente quando, vedendo che Gilbert muove
bruscamente il collo in un movimento circolare e lo massaggia mentre
mi parla, gli dico, forse spinto dalla seduta di psicodramma della
mattina, che la nuca è la parte del corpo con la quale si
tengono i bambini. Chiedo a Gilbert, senza sapere dove sto andando,
qual è il suo più vecchio ricordo. Mi ricordo
di Igor, era il mio amico inseparabile al nido, cè
una foto dove siamo tutti due su un cavallo di legno, mi ricordo
di questo, sulla sabbia, abbiamo una camicia e dei pantaloni.
Sorpreso da questo ricordo improvviso, detto con un tono di voce
e unallegria assolutamente insolita per Gilbert, mi ritrovo
spinto in quello che mi apparirà dopo come un equivalente
di gioco psicodramma. In effetti inizio con Gilbert un dialogo
per metà serio, per metà giocato, del tipo: dove
si svolge? Chi è sulla foto? Chi la prende? In che periodo
dellanno si svolge, ecc., ecc
lontano dallessere
una semplice ricostruzione del ricordo, assomiglia piuttosto a una
partita di cavallo di legno a dondolo!
Ma limportante è che questo dialogo conduca Gilbert
a sviluppare una catena associativa intorno al primo trasloco che
segue la partenza del padre da casa e che avrà come conseguenza
lesilio traumatico di sua madre, suo fratello
piccolo e lui stesso in una casa popolare, in una periferia lontana,
nel bel mezzo dellinverno: Lanno più terribile
della mia vita, ero sempre solo, a casa, a scuola, quellanno.
È lanno che ho sofferto di più e ce lho
avuta di più con mio padre per non essere con me.
La seduta seguente, Gilbert era assente
A distanza di tempo, considero questa seduta come centrale nella
terapia di Gilbert. In effetti, subito dopo, e come per sfuggire
con lagire a quello che era stato vissuto quel giorno tra
Gilbert e me e che mi sembra (tenuto conto del proseguimento del
processo) più come lemergenza di esperienze di agonie
primitive, che come un ricordo-schermo nevrotico di buona qualità.
Gilbert inizia ad assentarsi sempre di più, ad arrivare alle
sedute, quelle poche volte che viene, in uno stato secondo, come
uno zombie, tra depressione e marijuana.
Il suo stato è abbastanza preoccupante per spingere il consulente
che lo segue allazione e a decidere di ospitalizzarlo per
qualche mese in un ambiente specializzato, che permetterà
a Gilbert di uscire dalla sua depressione, e che sarà anche
loccasione di affrontare in parallelo, e più in profondità
con i suoi genitori, la problematica familiare transgenerazionale
che pesava molto su di lui.
Per quanto mi riguarda, questo periodo cruciale segnato da questo
doppio movimento di Gilbert, fuga e richiamo allo stesso tempo,
mi permise di liberarmi di uno sfaldamento di transfert (e, in un
certo senso, del contro-transfert) per via del quale la sofferenza
di Gilbert non aveva nessuna risposta, mentre noi facevamo
psicanalisi, ripetendo così la relazione segnata dallidealizzazione,
autentica identificazione alienante, che legava Gilbert al nonno
materno, sorta di imago familiare eroica. Questultimo punto
era daltronde presente dallinizio fin della terapia,
ma mi apparse solo dopo, passando io stesso attraverso un raptus
di angoscia quasi persecutoria contemporaneo a questa fase critica
così essenziale per il processo analitico.
Conclusione
Marion, e Gilbert a un grado minore,
presentano due problematiche ben distinte e tuttavia si ricollegano
tra lorto per il peso delle capacità di dissociazione e la
sofferenza identitaria-narcisistica. Difficile, partendo da qui
e qualsiasi siano le riprese conflittuali e le sintomatologie
nevrotiche ulteriori, non tornare alle forme di simbolizzazione
primaria e ripassare attraverso quelle esperienze condivise primordiali
abortite: quelle che la madre di Marion, combattuta tra la morte
del figlio e le morti precedenti alla propria nascita, non poteva
fornirle. La situazione dello psicodramma può raggiungere
problematiche nelle qualie la funzione soggettivante dellio
(Roussillon) è maltrattata, secondo unaltra formula,
probabilmente più semplice, rispetto alla situazione analitica
del divano o del faccia a faccia. Il quadro in casi simili si dice
diventi il processo: forse, ma con una leggibilità e un uso
sicuramente meno semplificati. Lesempio di Marion è
interessante da questo punto di vista e potrebbe servirci da conclusione:
Prima abbiamo riportato lesperienza
vissuta nello spazio dello psicodramma con un holding e un handling
sufficientemente buoni. La seduta che segue sorprende ed emoziona
al tempo stesso per la qualità dellelaborazione che
permette a Marion. Marion comincia in effetti la seduta con una
doppia constatazione: ignorava i nomi degli analisti presenti che
designava con i gesti e si era sentita paracadutata
in questo gruppo di psicodramma in seguito a consultazioni iniziali
e senza altro riguardo. Primo movimento importante poiché
significante la possibilità di una adozione.appropriazione
della situazione da parte di Marion. Segue il racconto del suo ultimo
sogno, una situazione talmente angosciante da doversi gettare nel
vuoto (nella vita) senza paracadute, ciò che ci porta, alla
luce della seduta precedente, a proporle di recitare questa scena
con sua sorella, che ha partorito di recente e presente nel sogno.
La madre di Marion interviene spontaneamente poco dopo
nel gioco, ricordando la sua non-disponibilità psichica nei
confronti delle figlie dopo la morte del suo giovane figlio, ciò
che comporta uu cambiamento molto intenso, privo di ogni provocazione,
tra madre e figlia. Marion si mostra vera e toccante nella sua ricerca
damore e il suo interrogarsi sulla colpevolezza che lega luna
allaltra. E quando il conduttore del gioco, come commento,
la interroga sulla disponibilità materna, non dopo, ma prima
della morte di Louis, arriva questa associazione, centrale nella
storia (o piuttosto preistoria) e lorganizzazione fantasmatica
di Marion: Non so più se vi avevo detto che mia madre
aveva perso sua madre in seguito a unemorragia avvenuto alla
sua nascita, e che la prima moglie di suo padre era morte in seguito
a un intervento per la sterilita?
Le madri uccidono le madri, matricida
o infanticida, la nascita e la morte sono legate indissolubilmente,
la vita è caduta nel vuoto
Stampa l'articolo
Psicodramma - www.scuoladipsicodramma.com -Psicodramma
|