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"LO PSICODRAMMA DELL'ADOLESCENZA"

di Giuseppe Pellizzari

 

Con “psicodramma dell’adolescenza” non intendo riferirmi all’applicazione dello psicodramma agli adolescenti, pratica che conosco solo superficialmente, ma al processo adolescenziale in se stesso inteso come psicodramma naturale.

Il termine “psicodramma” per connotare tale processo mi sembra particolarmente appropriato poiché mette in risalto lo strutturarsi spontaneo di un dramma, vale a dire di un’azione tragica che coinvolge diversi personaggi traendo origine da una fonte interiore, “psichica”, che per sua natura, quando è maturato il tempo, viene sospinta a produrre una modificazione percettiva della realtà, a partire da quella familiare, capace di coinvolgerne i protagonisti in un gioco drammatico aperto, dall’esito incerto.

Vi siete mai chiesti come mai gli eroi della tragedia classica, a cominciare dal capostipite Edipo, sono di fatto degli adolescenti?
Sembra proprio che l’adolescenza sia l’età della tragedia, nietzschianamente potremmo dire la “nascita della tragedia”.
Vi è un evento fondamentale che caratterizza il processo di crescita nella pubertà che forse non viene messo sufficientemente in evidenza. Si parla di età difficile, di periodo delicato della vita durante il quale si è esposti a molteplici rischi, per cui si insiste sull’importanza del dialogo e dell’ascolto, sulla necessità di valori solidi e di una guida morale, che paiono spesso latitare nella nostra società, ma in realtà si tende a rimuovere dietro la preoccupazione pedagogica, che oscilla tra “buonisno” e autoritarismo, l’evento fondamentale, e scomodo, che caratterizza questa età.
L’adolescente, col suo stesso crescere fisiologico, al di là di ogni sua intenzione, che lo voglia o no, annulla la differenza che lo separa dai genitori e dagli adulti. E questo annullamento ha conseguenze profonde e di difficile elaborazione non solo per il singolo adolescente e per la sua famiglia, ma, come vedremo, per la stessa società.
Durante l’infanzia il piccolo dell’uomo con la sua neotenia che lo rende in tutto e per tutto dipendente dalle cure parentali, come il bambinello del presepe, necessita che la realtà si organizzi attorno a lui ad accoglierlo, divenga “mondo” di cui poter abitare il centro. In altri termini la gravidanza biologica deve trasformarsi in gravidanza culturale, pena la sopravvivenza stessa.

Questo mondo, o contenitore materno se preferiamo chiamarlo così, non sarà naturalmente un mondo idilliaco come senza saperlo si potrebbe presumere che fosse il mondo prenatale. Il bambino, come Freud e la Klein ci hanno insegnato non senza destare scandalo, è tutt’altro che buono e bravo e innocente come si illudono che sia a volte gli adulti, specie quelli che non hanno figli. Il suo è un mondo dominato da istinti predatori ferocissimi, invidie, gelosie, odi furibondi, bisogni impellenti e tirannici, eppure, se le cose vanno bene, se cioè vi sono una madre e un padre sufficientemente buoni, è pur tuttavia un mondo capace di mantenere e incrementare la sua coesione senza andare in frantumi, la sua luce senza spegnersi, il suo movimento vitale verso lo sviluppo senza arrestarsi. Il bambino possiede cioè una predisposizione vitale che lo porta ad utilizzare al meglio le risorse ambientali rappresentate in primo luogo da coloro che si prendono cura di lui. Il volto materno, fin dai primi momenti, diviene lo specchio organizzativo di questo mondo, la forza vitale ed erotica che lo tiene insieme e lo fa progredire attivando la competenza all’autonomia del bambino.

Winnicott ha elaborato il concetto di “spazio transizionale”, del quale il famoso “oggetto transizionale” è il rappresentante. Tale spazio è il luogo mentale della creatività del bambino che gli consente di sperimentarsi come soggetto separato dalla madre e quindi in relazione con lei e con l’altro, ogni altro possibile a cominciare dal padre. Luogo della triangolarità, luogo dell’infinito dunque. Là dove nasce il pensiero.

L’espressione rappresentativa e linguistica di questa dimensione transizionale è il gioco. Non si tratta di una attività tra le altre. Il gioco è l’attività specifica del bambino. Gli è indispensabile come l’aria che respira. Il gioco è la sua vita psichica. Tanto è vero che nelle catastrofi naturali e, peggio ancora, nelle situazioni di guerra il gioco si interrompe e la sua interruzione è il segnale inequivocabile del trauma. Gli psicologi che intervengono in tali situazioni di emergenza cercano per prima cosa di ripristinare la capacità di giocare, in modo del tutto simile a quello con cui nei reparti di rianimazione si cerca di riattivare la respirazione e il funzionamento cardiaco nei pazienti traumatizzati.

Il gioco è indispensabile al bambino perché attraverso di esso si appropria del mondo. E’ l’inizio del processo di soggettivazione. Nell’attività ludica infatti dà espressione ai suoi fantasmi, rendendoli reali e percettibili e sottraendoli al silenzio della pulsione di morte. Non è un caso che Freud introduca il concetto di “scena primaria”, dove il termine “scena” evoca, come ci ha illustrato Petrella, lo spazio potenziale del teatro, il costituirsi di un luogo onirico dove qualcosa apparirà. E sarà naturalmente qualcosa di perturbante e misterioso – altrimenti che scena sarebbe? – che darà inizio agli infiniti intrecci della vita fantasmatica.

Il gioco è la prima e originaria forma spontanea di drammatizzazione del mondo interno che viene aperto a un dialogo con l’oggetto e con l’altro attraverso una attività creativa che rende il soggetto cosciente di sé. Scoprire il mondo nel gioco equivale a scoprire se stessi. Ricordo che mio figlio quando aveva circa tre anni mi raccontò di essersi ricordato di quella volta che stava giocando con dei cubi di gomma da sovrapporre e che improvvisamente si era accorto che c’era, che esisteva. L’edificazione ludica dell’oggetto, non più subìto, ma creato coincide con la scoperta di sé.

Tuttavia è indispensabile precisare che il gioco è reso possibile dalla protezione parentale. Quando questa per un motivo o per l’altro, viene meno, viene meno anche il gioco. Un bambino per poter giocare ha bisogno di sentirsi sufficientemente sicuro. Un eccesso di ansia o di paura lo blocca e impedisce qualsiasi attività ludica. Il gioco fallisce come succede quando il sogno si trasforma in incubo e interrompe il sonno. La “scena” scompare.

Si potrebbe sostenere che la funzione genitoriale consista nella protezione e nella conservazione della capacità di giocare del bambino. Si istituisce cioè una sorta di Setting naturale che contiene il gioco, proteggendolo sia dalle interferenze traumatiche provenienti dall’esterno, gli eventi della realtà esterna che potrebbero disturbarlo o renderlo impossibile, sia dagli eccessi pulsionali che provengono dall’interno e che potrebbero farlo fallire. In fin dei conti la “reverie” consiste proprio in questa specie di filtro trasformativo che attiva e salvaguarda la capacità originaria e autonoma di giocare del soggetto infantile, in parte dialogando con lui, in parte lasciandolo da solo. Come si vede è qualcosa di molto simile alla funzione analitica nel trattamento psicoanalitico.

Si struttura quindi un dispositivo, un Setting naturale, all’interno del quale la vita, conscia e soprattutto inconscia, prende forma, diviene scenario, paesaggio, storia: l’essere umano come teatro vivente. I genitori vigilano su tutto questo e ne consentono la crescita.

Ma che succede con l’adolescenza?

Lo sviluppo puberale abbastanza rapidamente trasforma il soggetto infantile in soggetto adulto modificando la sua percezione della realtà e di se stesso. L’adolescente acquisisce attraverso lo sviluppo corporeo una forza fisica che gli consente di competere sempre più vantaggiosamente con i genitori, come la tragedia di Edipo e dei suoi eponimi della cronaca quotidiana dimostra. Non può più essere contenuto fisicamente come accadeva durante l’infanzia. L’autorità dei genitori cessa di fatto di avere come supporto la forza fisica in grado di garantirla e farla rispettare. Deve trovare nuovi fondamenti. Capita di frequente di vedere genitori che sono stati troppo permissivi con i loro bambini diventare improvvisamente severi e fautori del pugno di ferro una volta che questi sono entrati nel periodo adolescenziale, spesso con conseguenze disastrose perché ormai hanno perduto il loro potere contrattuale e l’affermazione della loro autorità rischia di fondarsi sul nulla e di cadere nel discredito e nel grottesco.

Oltre a ciò l’adolescente acquisisce il potere sessuale che precedentemente era esclusiva prerogativa dei genitori e dei grandi. La camera da letto matrimoniale perde il suo mistero e l’ex stanza dei giochi ne eredita la centralità invertendo sovente i ruoli della curiosità e dell’invidia.

In più, cosa spesso dimenticata o trascurata, l’adolescente perviene rapidamente alle massime potenzialità della mente acquisendo non solo il pensiero astratto, ma tutta la complessa articolazione delle funzioni mentali più sofisticate. I grandi cessano di essere i depositari del pensiero e della verità, e di conseguenza del giudizio sul bene e sul male.

In breve possiamo dire che l’adolescente annulla con la sua crescita inarrestabile la differenza generazionale che lo separava dal mondo adulto. Viene a trovarsi, indipendentemente dalla sua volontà, sul loro stesso piano. Tengo a sottolineare questo aspetto involontario perché inizialmente lo sviluppo puberale viene avvertito come un trauma, un cambiamento irreversibile a cui non ci si può sottrarre.

Le narrazioni mitologiche che trattano di “eroi culturali”, vale a dire individui che osano trasgredire i limiti imposti dalla volontà divina o presunta tale a scapito della loro stessa sopravvivenza e comunque andando incontro a castighi e punizioni, ma consentendo la conquista di un nuovo contesto culturale alla loro specie, parlano sostanzialmente di adolescenti e in ogni caso si riferiscono al processo adolescenziale di acquisizione del potere degli adulti. Pensiamo, per esempio, al mito di Prometeo.

Due sono le considerazioni che si possono fare. La prima riguarda l’insistenza sulla colpa, sulla “ùbris” connessa a tale trasgressione. Essa fa pensare ad una sorta di conservatorismo del potere adulto che sanziona in termini morali con l’esaltazione all’opposto dell’ubbidienza e della sottomissione, un temuto cambiamento connesso allo sviluppo dell’intelligenza e del desiderio di conoscere che potrebbe perturbare la struttura stessa dell’autorità secondo un processo rivoluzionario che fa pensare alla nascita della democrazia. Ritengo infatti che esista un nesso sostanziale tra il processo attraverso il quale l’adolescente col conseguimento della maggiore età perviene ad un livello di pensiero pari a quello dell’adulto, acquisisce cioè la “libertà di pensiero”, e la nascita della democrazia che si fonda sul raggiungimento della maggiore età del popolo che non delega più il monopolio del sapere, della verità e della giustizia ad autorità precostituite che ricevano dall’alto il loro potere. Come la democrazia con la sua cronica instabilità e imperfezione l’adolescenza possiede un potenziale di destabilizzazione che le è connaturato, tale da suscitare preoccupazione e timore nell’autorità naturale degli adulti.

La seconda considerazione riguarda la sottolineatura della responsabilità dell’eroe, che è tale in quanto consapevolmente decide di sfidare gli dei e la loro ostilità. In realtà, se consideriamo il processo adolescenziale nel suo inizio, certe trasgressioni non sono primariamente scelte, e quindi eroiche, ma subite come un evento traumatico che non si può impedire. Solo successivamente, “aprés coup”, l’adolescente potrà assumerle come una sua conquista […] attraverso un processo culturale di riappropriazione e di soggettivazione che costituisce il fulcro stesso dell’adolescenza, la cosiddetta “conquista di se stessi” come lotta per il riconoscimento.

Il mito del peccato originale sembra, a tale proposito scambiare la categoria dell’impossibile con quella del proibito. Secondo la narrazione biblica Adamo ed Eva pervengono alla conoscenza del bene e del male attraverso una “caduta” volontaria nella trappola seduttiva del serpente e ne subiscono le drammatiche conseguenze, dando tuttavia inizio alla storia degli uomini e, secondo la teologia cristiana, al mistero dell’incarnazione che trasforma il loro errore in un “felix error”.

Si potrebbe ritenere che in realtà sia successo loro quello che capita a tutti gli adolescenti che giungono, loro malgrado, alla conoscenza del bene e del male, non più esclusivo possesso dei loro genitori, perché è impossibile non arrivarci, non perché sia proibito.

Questo conseguimento, che con un termine letterario viene definito “perdita dell’innocenza”, ha conseguenze profonde e drammatiche. Sembra che con esso il male faccia il suo ingresso nel mondo. E’ vero che, come abbiamo detto, il mondo infantile ne è tutt’altro che privo, ma nella sua dipendenza fisiologica dal mondo adulto, conserva l’illusione necessaria di una sempre possibile riparazione attraverso l’intervento dei genitori idealizzati. Con la trasformazione della percezione della realtà che avviene con l’adolescenza il male, il dolore vengono per la prima e definitiva volta percepiti come parte sostanziale e ineliminabile della realtà. E’ per questo motivo che l’adolescenza può venire concepita come una sorta di “caduta” originaria che dà origine alla sofferenza, al male, alla morte.[...]

Diventare adolescenti significa quindi essere protagonisti senza averlo scelto di una tragedia.

La tragedia, come si sa, è una “situazione” caratterizzata da un conflitto che deve trovare una soluzione, un esito in ogni caso, non può rimanere troppo a lungo in sospeso. Il destino si deve compiere. L’adolescenza, come abbiamo visto, è un processo che non può essere rimandato più di tanto ed interessa non solo l’adolescente, ma la sua famiglia e, in un certo qual modo, la società stessa nella quale si accinge ad entrare come membro adulto. Questo processo naturale non è affatto indolore, ma al contrario “tragico”, cioè denso di conseguenze profonde e irreversibili.

Il Setting infantile, fondato sulla differenza qualitativa tra mondo adulto e mondo infantile, possedeva un suo ordine gerarchico. I genitori, un tempo il cosiddetto capofamiglia, a somiglianza dei sovrani e degli dei, in quanto depositari esclusivi della forza, dei segreti della sessualità e del pensiero, erano le autorità naturali con le quali ci si poteva arrabbiare, che si potevano odiare o temere, ma che non potevano essere messe in discussione. Con l’adolescenza questo Setting si rompe come un guscio cosmico domestico e la realtà con la sua complessità e il tempo con la sua irreversibilità vi fanno irruzione. Avviene quella che potremmo definire una specie di seconda nascita del soggetto contemporaneamente ad una rivoluzione epistemologica del principio di realtà. Le fondamenta del mondo sono scosse e occorre, come suggerisce Meltzer, rifondarlo di nuovo.

L’adolescente non è solo paragonabile ad un involontario eroe culturale che come uno stranito Prometeo si trova in possesso di un fuoco che forse non aveva cercato e che rischia di provocare incendi dentro e fuori di lui, è anche paragonabile a un Galileo che si accorge che la terra familiare dei genitori e dell’infanzia non è al centro dell’universo come credeva e si vede costretto a ricollocarla nell'incomprensione generale, al punto da dover a volte negare a se stesso l’evidenza perturbante di quello che di fatto sente e pensa.

Il grande antropologo Ernesto De Martino ha trovato delle significative analogie tra i cosiddetti riti di passaggio o di iniziazione e i miti riguardanti la fine del mondo. Le società antiche temevano la maturazione degli adolescenti, del resto come Laio con Edipo e come tutti i sovrani che si sentono minacciati dal cambiamento annunciato da un messia portatore di novità, che potrebbe mettere in crisi la loro autorità. L’adolescenza infatti è carica di incognite non prevedibili conseguenza del sovvertimento legato alla loro crescita fisica, sessuale e intellettuale. I giovani che si affacciavano nella casa degli adulti erano percepiti come portatori di perturbazione e le fondamenta stesse dell’ordine sociale erano considerate a rischio. Per questo motivo, sostiene De Martino, la società degli adulti doveva “dare orizzonte culturale” a tale rischio, mettendolo letteralmente in scena nei riti. Questi infatti erano delle sacre rappresentazioni a cui partecipava l’intera società civile e riproponevano, all’interno di un Setting istituzionale consolidato dalla tradizione, il dramma fondamentale di morte e resurrezione, di discesa agli inferi o di regressione nel caos primigenio e di rifondazione dell’intero cosmo simbolico-religioso, con un movimento caratteristico di anabasi e di catabasi. Questo valeva per la società nel suo complesso, che sembrava precipitare nel disordine anarchico, la fine del mondo, ma finiva col riconsolidarsi in una sorta di “happy ending” programmato dal rito stesso; e valeva anche per il singolo adolescente che moriva come soggetto infantile per rinascere come adulto pronto a militare con devozione nelle fila di quella società e di quell’ordine costituito che rischiava di sovvertire con la sua crescita. Una tragedia guidata sapientemente dalla liturgia che dà espressione culturale e condivisa alla distruttività e alla violenza insite naturalmente nel processo adolescenziale bonificandola e addomesticandola attraverso la sua stessa espressione drammatizzata dal rito. In ciò vi è dell’ambiguità che va analizzata.

Da un lato richiama la teoria aristotelica che vedeva per l’appunto nella celebrazione della tragedia, a cui tutto il popolo era chiamato a partecipare come ad una cerimonia religiosa, l’azione terapeutica di una catarsi individuale e soprattutto collettiva: una specie di valvola di sfogo rappresentativo per impedire in base a un principio di economia psichica l’esplosione incontrollata di acting socialmente pericolosi. Si tratta di un processo di addomesticamento inteso nel senso etimologico del termine di far entrare nella casa degli uomini la selvaticità naturale degli adolescenti. Cosa che fa pensare al processo di “reverie” psicoanalitica che consente attraverso l’accesso alla rappresentazione simbolica condivisa l’elaborazione dei fantasmi.

Tuttavia, da un'altra angolatura, si ha l’impressione che vi sia anche una implicita finalità politica mirante alla difesa del potere dominante che, non sopportando la faticosa, lunga ed incerta contrattazione emotiva col nuovo che avanza, colludendo seduttivamente con la propensione adolescenziale ad una soluzione radicale e definitiva, senza la pazienza del tempo, se la cava con una messinscena spettacolare e suggestiva e finisce così per trasformare il potenziale eversivo e comunque perturbante in massa di manovra facilmente asservita alla difesa del proprio potere. Non a caso tutti i regimi autoritari hanno ampiamente usato la liturgia delle cerimonie, colorate e spettacolari per rafforzarsi e tentano sempre di avvalersi dell’entusiasmo degli adolescenti, in cerca di un’identità che li faccia sentire forti e onnipotenti, seducendoli attraverso un’alleanza incestuosa con la promessa di una vita eterna che annulli il loro peccato di origine, vale a dire la loro originalità stessa, il dono più prezioso.

Ho prima citato “La nascita della tragedia” di Nietzsche. Ebbene in quest’opera l’autore tedesco sottolinea da par suo come all’origine dell’arte tragica e del teatro classico dei Greci vi sia per l’appunto l’incontro/scontro tra la forza dionisiaca che tende eversivamente ad annullare ogni limite ed ogni individuazione precostituita, ogni ordine morale e giuridico, simile alla forza anarchica della pulsione, che nell’adolescenza trova la sua ondata di piena, e la forza architettonica di Apollo che tende alla forma armonica, all’ordine e alla legge, all’edificazione della domus e della civilizzazione umana, simile alla tensione insita nella pulsione medesima verso la conoscenza e il significato, pulsione epistemofilica secondo la Klein, “pulsione a significare” secondo un’espressione di U.Eco. Questo scontro potenzialmente fecondo, se non venga mortificato dall’educazione moralistica o asservito all’ideologia è la base naturale del processo di soggettivazione dell’adolescente.

Si potrebbe dire, con Nietzsche, che l’adolescente è una sorta di “Dionisio….che prova su di sé i dolori dell’individuazione”, un “dio fatto a pezzi”. Smembrato dalla sua stessa crescita naturale insieme al mondo infantile che lo aveva tenuto insieme e che si trova davanti il compito di ricostruirlo e ricostruirsi nel tempo dell’esperienza drammatizzandolo nelle relazioni interne ed esterne, utilizzando le proprie risorse, che viene scoprendo mano a mano che le usa e le risorse dell’altro che incontra nelle sue vicissitudini complesse. E’ lo psicodramma dell’adolescenza.

Come tutte le situazioni tragiche infatti non vi può essere un unico protagonista, un eroe narcisistico centro del mondo. Anzi, come sottolineavo in precedenza, il dramma adolescenziale consiste proprio nella perdita galileiana di tale centralità.

“E’ abolito il cielo” dice il Galileo di Brecht.

Vi è una naturale complementarità che coinvolge, che deve coinvolgere, nello psicodramma dell’adolescente gli adulti, a partire dai genitori, chiamati in causa, dopo la tregua della latenza, come comprimari di un processo, e qui il termine “processo” assume tutta l’ambiguità dei suoi significati, che può risultare doloroso e quindi temuto o evitato, ma sempre fecondo e rivelatore per tutti i componenti del dramma. L’adolescente, come Dionisio, reca con sé lo sconvolgimento perturbante, tragico, della vita come mutamento e come avventura.

La famiglia durante l’infanzia aveva la competenza ad instaurare un Setting naturale che consentiva al bambino di sviluppare la sua autonoma capacità di giocare, ora è chiamata ad attivare la sua competenza a strutturare un nuovo Setting capace di contenere e favorire il cambiamento tollerandone le tensioni e consentendo loro di trovare una rappresentazione vitale.

Deve cioè svolgere quella che potremmo definire la sua funzione teatrale.

L’adolescente ha bisogno di un palcoscenico, di una scena capace di contenere e strutturare il dramma della sua esperienza di soggetto in statu nascendi, il suo romanzo di formazione. Ha bisogno di un orizzonte culturale, come direbbe De Martino, che non sia già fissato istituzionalmente dal mondo degli adulti, ma creato nell’incontro/scontro con esso. Orizzonte mobile quindi, come ogni cosa viva, e capace di mutare nel tempo attraverso quell’esperienza che esso stesso contribuisce a rendere possibile, a partire dalla scena primaria dell’infanzia e dal teatro familiare con la complessità gruppale dei suoi componenti fino alla famiglia sociale degli amici, degli amori, delle passioni, della vita insomma.

Proviamo a pensare al successo dei “reality show”, delle “situation comedy”, di quegli spettacoli televisivi che mettono in scena in una specie di supplenza rappresentativa i conflitti, le tensioni, le commozioni, i sentimenti che caratterizzano le relazioni affettive che hanno origine nella famiglia.

Pensiamo, del resto, ai “reality show” che avvengono, per fortuna senza riprese televisive, nelle nostre case di tanto in tanto, con porte che sbattono, urla, pianti, riconciliazioni, discussioni, “lacrime e sorrisi”, come cantava Violeta Parra. Il palcoscenico familiare come matrice narrativa è necessario alla vita, forse è la vita. E si ha l’impressione che mentre il dramma si svolge, un pubblico, più o meno vasto, sia presente e partecipi, invisibile e misterioso, ai nostri stati d'animo. La compagnia della nostra storia, degli amici, delle persone importanti della nostra vita, dei genitori dell’infanzia.

I rischi di un fallimento di tale funzione teatrale si polarizzano attorno alla famiglia di Corinto e alla famiglia di Tebe. Ci imbattiamo a volte in famiglie dove tale funzione di contenimento espressivo è totalmente distrutta o non è mai esistita. L’agire prevale su tutto e non vi è spazio per pensare. L’adolescente è occasione di scontri distruttivi, maltrattamenti, incesti e, in casi estremi, protagonista o vittima di azioni delittuose, come purtroppo la cronaca quotidiana testimonia. Come a Tebe il dramma edipico esita nella tragedia senza contenimento e senza senso. Il fantasma trionfa senza la mediazione strutturante del dramma.

All’opposto la funzione teatrale della famiglia fallisce anche quando si realizzi una massiccia negazione della conflittualità sottostante. Tutto sembra andare per il meglio, tutti sorridono e paiono tranquilli. Sembra che non ci sia dramma alcuno. Ricordo un ragazzo di buona famiglia che sognava di viaggiare in un’auto di lusso insieme al padre e alla madre su una strada costruita sopra un ammasso di cadaveri. Spesso si verificano bruschi e inaspettati passaggi da Corinto a Tebe e la tragedia scoppia improvvisa tra lo stupore generale.

La funzione teatrale, come il Setting, tiene insieme Tebe e Corinto, Dioniso e Apollo, dà espressione e attiva i meccanismi riparatori. In tale contesto la perturbazione drammatica può venire accolta come un interlocutore doloroso che annuncia che è tempo di cambiare. Non si rinuncia allo scontro, ma lo si vive come un incontro trasformativo per tutti i partecipanti. Il teatro non è un’istituzione fissa, una scatola sempre identica a se stessa. In quanto funzione vitale cambia e si trasforma insieme alle vicende che contiene e che rende possibili.

Non diversamente lo psicoanalista è costretto con gli adolescenti a rimettere in discussione l’intero apparato del suo sapere e a rifondarlo ogni volta. Il Setting classico non può infatti essere assunto come punto di partenza, ma come risultato a cui tendere. Lo stabilirsi del Setting coincide con la difficile e faticosa conquista di un assetto mentale condiviso e originale, non più fondato sulla differenza qualitativa e autoritaria adulto-infantile, ma sull’umanità condivisa del pensiero e dell’esperienza. Risultato che è necessario conseguire sul campo senza poter dare nulla per scontato. E’ per questo motivo che la psicoanalisi degli adolescenti, a differenza di quella infantile e degli adulti, è rimasta così a lungo ai margini come una Cenerentola trascurata.

Per tornare al teatro potremmo concludere paragonando l’esito avventuroso dello psicodramma adolescenziale con l’approdo alla democrazia intesa come apertura al mistero dell’altro e della sua complessità e di “sé come un altro”, per citare un titolo significativo di P.Ricoeur, come avviene al termine dell’Orestea dove teatro, processo, democrazia si fondono in un’unica funzione della mente. Non ci sono più dei, solo persone.

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